
Giorgio Peretti è un assistente arbitrale di calcio, classe 1981, appartenente alla sezione di Verona. La sua carriera è cominciata alla fine degli anni ‘90 e continua tuttora. Durante il suo percorso ha raggiunto molti traguardi, tra cui la massima serie italiana, la Champions League e altri tra i più importanti campionati a livello europeo. Noi di Ermes, lo abbiamo intervistato, per farvi capire e scoprire uno dei ruoli più importanti e prestigiosi del mondo calcistico.

Quando e come è nata la sua passione per il calcio e, in particolare, per l’arbitraggio?
La mia passione per il calcio è nata sin da quando ero piccolo, ho giocato infatti per alcune squadre di discreto livello per circa dieci anni, poi è nata la vocazione per l’arbitraggio. Quando andavo in oratorio il pomeriggio infatti, ero sempre escluso dal gioco da parte dei ragazzi più grandi e, quindi, chiedevo di poterli arbitrare. Con il passare del tempo poi, intorno ai 16 anni, nel 1997, ho deciso di fare l’esame e, di conseguenza, ho anche smesso di praticare il calcio giocato.
Quanto tempo ha impiegato per raggiungere la massima serie italiana?

La mia carriera arbitrale è nata nella professione di arbitro effettivo, ho infatti intrapreso un anno in provincia, quattro in regione, quattro in Can D e 5 in Can C, fino a quando, a seguito di un episodio, ho deciso di sottopormi al corso per diventare assistente. Una volta finito questo, sono ripartito dalla serie B nelle nuove vesti poi, nel 2013 sono finalmente riuscito ad ambire alla categoria nella quale milito ancora oggi, la Serie A. Successivamente con il passare degli anni, sono riuscito ad arrivare a prendere parte a gare di competizioni europee, come la Champions League.”
Che cosa prova quando si trova ad arbitrare partite che coinvolgono squadre importanti anche a livello europeo?
Ho arbitrato più volte squadre importanti, sia club che nazionali. In tutte queste partite, ho sempre avuto la sensazione che se sei lì a dirigerle c’è un motivo. É quindi molto forte l’emozione, ma anche alta la consapevolezza di avere le giuste doti per esserci.
Si ricorda la sua prima designazione nazionale? Come ha vissuto quel momento?
Penso che ogni designazione sia degna di nota, ogni partita è una emozione, dalle gare di Serie B a quelle dell’Europeo. Senza dubbio però, l’emozione di arbitrare una gara non appena essere stati promossi di categoria è maggiore ed incontenibile. Non ti nascondo che, durante il mio viaggio in aereo verso Londra per la gara Chelsea-Ajax, che sarebbe stata la mia prima apparenza in Champions League, mi sono emozionato.”ì

Lei ha partecipato ad oltre 165 gare nella massima serie italiana. Quale di queste le è rimasta più impressa? Per quale motivo?
Nella mia carriera in Italia nella massima serie, come hai detto, ho preso parte a molte gare. Di gare particolari che mi sono rimaste impresse ne ho poche, per via dello stile di gioco penso che le migliori partite siano stati il “Derby d’Italia”, tra Inter e Juventus oppure il “Derby della Madonnina”, tra Milan e Inter. Per quel che riguarda l‘atmosfera vissuta in campo, ti dico senza ombra di dubbio il Derby di Genova, tra Genoa e Sampdoria. In quel tipo di gara mi ha sorpreso la carica dei tifosi e l’atmosfera vissuta in campo, si è veramente sentito e potuto apprezzare come la città intera tenesse a quel match!
C’è stato un episodio, una partita o una persona che ha segnato in modo particolare il suo percorso?
C’è stato sicuramente un episodio arbitrale che ha segnato la mia carriera da arbitro. In una partita di Serie C, infatti, commisi un errore tecnico che segnò la mia carriera da AE, ma fece anche nascere e crescere la mia voglia di ripartire come assistente. Non c’è invece una singola persona che ha influenzato il mio percorso. Ho sempre avuto qualcuno che credeva in me, ma anche da soli bisogna sempre sapersi adattare a qualsiasi tipo di situazione, brutta o bella che sia.”
Qual è l’aspetto più complesso della professione arbitrale ad alti livelli?

Senza ombra di dubbio l’aspetto più complesso della professione arbitrale ad alti livelli è quello di restare ad alti livelli. Per questa cosa serve tenacia e voglia di fare e di migliorarsi. Non sempre è facile questo perché bisogna saper gestire il proprio tempo tra lavoro, famiglia ed arbitraggio. Quest’ultimo infatti, molto spesso non è riconosciuto come professionale e quindi è molto difficile alternare le due cose. Con la famiglia, quando sei via (fuori casa) più di metà notti all’anno, è molto difficile gestire il tutto per via dei vari impegni.
In che modo l’introduzione della tecnologia (VAR, goal-line technology…) ha cambiato il suo lavoro?
Con l’introduzione della tecnologia il mio lavoro non è cambiato molto, nemmeno la mia soglia di concentrazione. Con o senza tecnologia, non bisogna mai avere la preoccupazione di sbagliare. Sbagliando si impara. Bisogna crescere dai propri errori. Gli unici errori fastidiosi sono quelli visibili ad occhio nudo, senza l’uso della tecnologia.
Qual è il rapporto tra un arbitro e il proprio team (assistenti, quarto uomo, VAR room)? Quanto conta la collaborazione?
Durante una partita siamo generalmente in pochi, ma il tipo di interazione dipende dalla compagnia che si ha con sé. Per arbitrare bene una gara è molto importante la collaborazione tra l’arbitro ed i suoi assistenti. Un arbitro si fida ciecamente delle decisioni prese dal suo assistente. Io non ho un compagno preferito con cui arbitrare, mi adatto, ma senza ombra di dubbio, per quel che riguarda le partite estere, uno dei colleghi con cui mi trovo meglio è Marco Guida.

Ha qualche consiglio da dare a un giovane che sogna di raggiungere i livelli che ha raggiunto Lei?
Per diventare un arbitro di spessore, è molto importante impegnarsi, credere nei propri obbiettivi e non mollare mai. È sicuramente utile anche studiare, studiare non in senso critico ma costruttivo.
Quali qualità ritiene indispensabili per diventare un arbitro di alto profilo nel calcio moderno?
Sicuramente una qualità importante è sapersi evolvere in contemporanea con il calcio, seguendo i suoi sviluppi. Ritengo l’allenamento una cosa utile, ma che serve a mantenere il passato, non a costruire il futuro. A causa degli impegni infatti, non è sempre facile allenarsi quattro volte a settimana.
Guardando al futuro, quali sono i suoi obiettivi o sogni ancora da realizzare nel mondo arbitrale?
Il mio sogno nel cassetto è riuscire ad arrivare ad arbitrare una finale di Champions league oppure una qualsiasi finale di un campionato europeo o mondiale. Come ho già detto in precedenza la costanza è l‘elemento principale di questa sfida. Ho arbitrato molti campioni, loro si stanno divertendo, così come lo sto facendo io. Il giorno che smetto di divertirmi, smetto di arbitrare.












