«Ho centinaia di insicurezze: da una parte vorrei che la scuola ricominciasse perché non ce la faccio più dei problemi di connessione, di stare seduta tutta la mattina senza aprire bocca e del bruciore agli occhi da luce blu che puntualmente mi ritrovo ogni sera; dall’altra non sono tanto sicura di voler incontrare i compagni di classe perché non saprei più come comportarmi, ho paura che gli altri non vedano più in me la stessa Anna dello scorso febbraio e che il nostro rapporto si modifichi» ci racconta Anna, studentessa di un liceo scientifico di Verona.

Da un anno il Covid ha modificato le nostre abitudini, il lavoro, la scuola e i nostri sentimenti. Insomma, tutto è diverso, ma come è potuto succedere che Anna si trovi in bilico tra la solitudine e la paura di contatto?

Ragazzi durante una video lezione

Durante il lockdown di marzo per la prima volta i ragazzi della generazione Z sono stati chiamati dall’Italia a lottare per la loro patria, un po’ come i nostri bisnonni sono stati chiamati alla guerra: gli adolescenti si sono dovuti chiudere in casa per sconfiggere il virus. 

In quel periodo era presente tantissima motivazione che univa gli italiani e in un certo senso li caricava, perché si sapeva che si sarebbe potuto sconfiggere il virus solo tutti assieme.

Ora, durante la seconda ondata, nell’animo delle persone, non solo degli studenti, non c’è più la stessa empatia che ha caratterizzato la primavera.

Ricordiamo tutti le bandiere alle finestre, gli arcobaleni e le scritte “Ce la faremo”; c’era un grandissimo sentimento di solidarietà reciproca tra la popolazione giovane, gli adulti e il Governo.

La stessa emozione ora è cambiata, non è più forte allo stesso modo

Questo perché? Perché i mesi passati hanno lasciato molta stanchezza e insicurezza, in particolare gli studenti non si sentono più l’ago della bilancia per contrastare la pandemia, piuttosto hanno la sensazione di essere gli unici che pagano questa situazione.

La fascia giovane attualmente non ha più sufficiente motivazione per reagire, si sente disillusa e presa in giro: il Governo in questo momento sta discutendo sul se e sul come riaprire le piste da sci piuttosto che sulla scuola.

Vignetta sugli adolescenti in Dad, LaBandaComics2020

Giustamente si dà importanza all’economia, ma non si sta prestando nessuna attenzione a chi costituirà il futuro del nostro paese, ovvero gli stessi giovani che si sentono dire “il futuro è nelle vostre mani”, ma che si stanno rendendo conto che quelle mani sono state legate.

Durante il primo lockdown i giovani hanno detto al Governo “noi ci siamo”, ma non sono stati ripagati dei loro sacrifici e adesso hanno perso la fiducia in chi li dovrebbe rappresentare a livello politico: era disponibile tutta un’estate per programmare il rientro a scuola. Tre mesi, senza neanche contare i precedenti in cui potevano almeno abbozzare delle idee.

In tutta Europa le scuole sono state riaperte, l’istruzione è andata pari passo con l’organizzazione di ciò che era fondamentale far rimanere aperto. In Italia no.

Il mancato impegno dei politici per assicurare l’apertura delle scuole ha destabilizzato tutti i giovani. In particolare, coloro che vivono nel disagio sociale trovano nella scuola il loro nido, l’affetto che non ricevono a casa o la via maestra, quindi se viene a mancare questo ambiente i ragazzi in questione sono destinati alla strada, alla droga e alla malavita, che gioca sull’insofferenza e sull’insicurezza.

Per alcuni l’impossibilità di avere un computer, una connessione e soprattutto una famiglia alle spalle che li supporti porta all’abbandono della scuola.

Se appunto a marzo gli studenti si sono trovati per la prima volta a studiare da casa con la dad e hanno retto, adesso sono arrivati al limite e non ce la fanno più. «Sta nascendo una generazione smarrita, dove l’intolleranza può sfociare in casi di violenza estrema» afferma Pierluigi Dovis, delegato regionale della Caritas piemontese.

Frustrazione da Dad

Non è colpa degli insegnanti, che stanno svolgendo un ottimo lavoro, ma della mancanza della “istituzione scuola”, che assolve un fortissimo valore sociale, non solo educativo: la scuola è fatta di studio, ma anche di merende mangiate assieme, disegni sui banchi, fazzoletti scambiati, penne prese in prestito e molto altro, tutti elementi che purtroppo per il Covid non sono più concessi.

Per forza di cose i giovani avrebbero accettato tutte queste restrizioni pur di conservare ciò che in Dad manca di più: le relazioni, il sedersi accanto al proprio compagno di banco e le poche parole scambiate con un amico prima che il professore entri in classe. Con una lungimiranza da parte del Governo, questo sarebbe stato possibile almeno in parte.

Il disagio giovanile c’era già prima, ma con la pandemia ha preso forme nuove e la sua pressione è aumentata largamente; segni lampanti del disagio sono ad esempio le maxi risse tra giovani organizzate via social che si stanno verificando prima a Roma, poi anche in Piemonte e a macchia d’olio in tutta Italia.

Stupisce negativamente che non ci sia una ragione precisa che in qualche modo “giustifichi” questi episodi di violenza, gruppi di ragazzi si organizzano sul web anche settimane prima per trovarsi e picchiarsi solo per il gusto di farlo.

Capiamo subito come questo rappresenti un segnale di situazione di grave difficoltà, forse non ancora del tutto compresa.

Anche per quanto riguarda il benessere mentale, la pandemia, assieme alle misure di contenimento e al distanziamento, ha fatto sì che le probabilità di sperimentare alti tassi di depressione durante e dopo la fine dell’isolamento forzato per bambini e adolescenti siano aumentate parecchio.

Tornando ad Anna, lei conclude facendo un appello ai politici: «Noi ci siamo, le scuole vanno riaperte perché sono la nostra seconda casa e sono sicure, ne abbiamo bisogno».

Rappresentazione di un adolescente di oggi alle prese con gli effetti della perdita di ritualità e socialità

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