Scuola. Fasol: «Dopo questo periodo sogno una volontà rinnovata di imparare»

Ieri, 24 gennaio, si è celebrata la Giornata internazionale dell’educazione e abbiamo deciso di intervistare lo studioso e preside della Scuola Alle Stimate di Verona Umberto Fasol.

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Il 24 gennaio si è festeggiata per la prima volta la Giornata internazionale dell’educazione, il cui scopo è quello di evidenziare l’importanza della scuola, con il relativo diritto universale ad accedervi liberamente. Essa viene infatti definita come “la più grande risorsa rinnovabile dell’umanità”. Proprio per riflettere su questa tematica abbiamo intervistato lo studioso, nonché preside delle Scuole alle Stimate di Verona, il professore Umberto Fasol. Con lui abbiamo anche analizzato le differenze del metodo d’istruzione del passato rispetto a quello attuale, così come le differenze tra scuola in presenza e DaD.

Professor Umberto Fasol

Secondo lei, la scuola, intesa come istituzione, che influenza ha avuto, e ha tuttora, nella società?

Soprattutto al giorno d’oggi, con gli studenti delle superiori a casa, ci si rende conto del ruolo che ha la scuola nell’ambito della società e del mondo giovanile. Adesso abbiamo per la prima volta gli studenti di 15, 16, 17, 18 anni che gridano “riapriteci le scuole, vogliamo tornare a scuola”. La scuola è sempre stata importante, fin dall’antichità, perché è una comunità di vita, non è tanto “didattica”, è proprio un ambiente in cui si condivide il tempo, si condividono i sogni, i desideri, le emozioni, gli sguardi e si cresce.

Quali aspetti differenti o quali similitudini trova, sia in positivo che in negativo, tra istruzione dell’antichità, parlando di sistema scolastico greco-romano, per esempio, e quella del giorno d’oggi? Crede che ci siano degli aspetti importanti che si sono un po’ persi col tempo o che invece si sono conservati?

Si tratta di una scuola di pensiero, deve aiutarci a ragionare, oltre che a stare con gli altri. Già dall’antichità si passa progressivamente da quella che è l’educazione parentale, con un unico insegnante, ad un ambiente, un’aula, con più insegnanti, un orario e diverse discipline. Possiamo far risalire a Vespasiano il primo incarico ufficiale al grande pedagogista Quintiliano per investire come stato in una struttura pubblica, come adesso. Anche oggi si mantiene questa importanza, questa sfaccettatura, con più maestri, con compagni e con più discipline. Scuola nasce proprio dal termine greco σχολή (scholè), che è l’equivalente del latino otium, e sta ad indicare il tempo in cui non si lavora, il tempo dedicato alle cose piacevoli, ai propri interessi e desideri, senza l’orologio, e senza un rapporto retributivo come nel lavoro. Oggi abbiamo perso questa dimensione, probabilmente, a mio avviso, perché abbiamo troppe discipline, troppe ore, molte più verifiche. Esse sono necessarie per far sì che ciò che viene imparato venga consolidato affinché diventi proprio materia del vissuto di ogni giovane. Effettivamente oggi, però, stiamo esagerando con queste verifiche su programmi troppo ampi e di difficoltà crescenti.

Ritiene che si sia perso qualcosa nell’ambito scolastico, sia riguardo l’aspetto educativo che quello sociale, in questo periodo di Covid19? Secondo lei viene dato il giusto peso all’istruzione e all’educazione scolastica in questo momento particolare?

Mi piace sottolineare il fatto che la scuola chiusa si chiami DaD, “didattica a distanza”, non “scuola a distanza”. La parola dice tutto. Attraverso il computer possiamo trasmettere degli insegnamenti però questa è soltanto una parte della scuola, formata anche da sguardi, rumori, saluti e contatti. La scuola deve rimanere un luogo di presenza. Ci auguriamo tutti che si torni quanto prima alle scuole aperte. Si è persa la bellezza del rapporto umano, però c’è da dire che almeno col computer riusciamo a fare cose inimmaginabili anche solo cinque anni fa. La DaD ci permette di mantenere i rapporti.

Come vede, dal suo punto di vista di dirigente scolastico, gli studenti in questo ultimo anno caratterizzato dalla pandemia di covid19? Hanno perso interesse nei confronti della scuola?

Direi di no, l’assenza ha fatto emergere l’importanza della scuola. Questo “digiuno” ha avuto i suoi aspetti positivi. Cosa si è perso dal punto di vista umano, l’abbiamo già detto. Riguardo il livello culturale, di apprendimento, aspetterei giudizi formulati dopo indagini più complete. La sensazione che ho è soprattutto che negli scritti si sia perso qualcosa nell’allenamento. La prova scritta ha senso soltanto in classe. Per quanto riguarda l’approfondimento dei dati manterrei anche lì una posizione più aperta: sicuramente per qualcuno la necessità di dover studiare da solo ha costretto lo studente ad usare più la sua testa, anche se la mancanza di confronti ha impoverito poi l’assimilazione. Come tutte le cose, un gioco di chiaroscuro. Io sogno che quando i ragazzi tornino lo facciano con entusiasmo, consapevoli della bellezza di alzarsi presto, di condividere tempo. Sogno quindi una volontà rinnovata di imparare, una gratitudine maggiore nei confronti di ciò che viene offerto a scuola e una volontà di rinnovare i rapporti. Avremo una società migliore, perché abbiamo vissuto una specie di “lutto”, che va rielaborato per avere una fecondità nuova.

Un’ultima domanda: come immagina la scuola del post Covid? Sarà la stessa di come l’abbiamo conosciuta fino a questo momento, o sarà in ogni caso diversa?

Secondo me migliorerà. Faremo tesoro di questa esperienza. Magari impareremo a ridurre le ore da 60 minuti a 50/45 minuti. Saremo più essenziali nella comunicazione, più aderenti alle cose che contano, sfrutteremo il computer per corsi di recupero a distanza. Soprattutto saremo diventati tutti più uomini e più donne, perché più consapevoli dell’importanza della presenza dell’altro, e saremo più grati alla vita e all’Autore di tutto questo.

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