È sempre più evidente come nel nostro paese l’inserimento della politica in qualsiasi ambito della vita sia negli ultimi tempi estremamente ostentato e forzato, creando così casi mediatici anche in situazioni assolutamente innocenti e apparentemente insindacabili. Quando si dice che in Italia si litiga solo di calcio o di politica, non si sta in realtà parlando di uno squallido luogo comune, bensì, purtroppo, di una situazione reale e tangibile: il risultato è da una parte l’esistenza di uno sport sempre più idolatrato e dall’altra la presenza di figure politiche sempre più invasive, che hanno trovato nell’accozzaglia opinionistica che è il web terreno fertile.

Dopotutto, però, che cos’è il popolo se non carne da comizio elettorale? Si potrebbe infatti pensare che come un imprenditore sia disposto a tutto pur di vendere il proprio prodotto, il politico possa fare lo stesso pur di garantirsi nuovi voti. Il mondo è una giungla e ormai la via del successo non è più rappresentabile come una corsa ad ostacoli, bensì come una gara a tempo: il dilagare incessante della politica rischia seriamente di degenerare e il toccare temi inappropriati può portare solo a peggiorare la situazione.

Un vizio senza interruzioni

Palese testimonianza di questo fenomeno possono essere considerati gli episodi che hanno preso piede negli ultimi mesi, prima durante la Giornata della Memoria (27 gennaio) e dopo durante la Giornata del Ricordo (10 febbraio): entrambe date che riportano alla mente fatti tragici che meritano, appunto, di essere ricordati. Tutto chiaro e cristallino, almeno in apparenza. Invece no, pare che strumentalizzare per fini personali persone defunte faccia parte di quella che è la “democrazia” moderna. Mettere in discussione uno qualsiasi dei due episodi è inaccettabile e l’opinione di chi lo fa non merita nemmeno di essere divulgata: negare la Shoah o i massacri di Tito è un pensiero che può maturare ed essere preso sul serio solamente in un paese dove il pensiero politico dell’individuo ha scavalcato gli stessi principi di umanità e decenza di cui spesso ci si vanta con viscido egoismo e infinita ipocrisia. 

Immagine tratta dal film Schindler’s List

La consacrazione di Umberto Eco

Si può dire per certi aspetti che negli ultimi tempi il concetto di libertà di parola sia stato completamente frainteso o, più probabilmente, manipolato. Negare le sciocchezze che un individuo vuole divulgare, dal momento che sono di dominio pubblico, non è dittatura, bensì un tentativo di impedire che intere generazioni vengano imbevute di falsi miti e di comodo scetticismo.

Lo scatto tanto criticato sui social media.

A tal proposito, le dichiarazioni che rilasciò Umberto Eco nel lontano 2015, periodo durante il quale il web non era ancora tanto sviluppato e preso sul serio quanto oggi, non avrebbero dovuto provocare lo scandalo dell’opinione pubblica come di fatto è stato, dato che, oggi lo si può dire, rappresentavano la realtà. Dire che Internet ha dato voce agli imbecilli è un’affermazione pesante da digerire (probabilmente perché ci si ritrova ad interrogarsi su quale fazione si rappresenta), ma inconfutabile. L’idiozia è probabilmente l’elemento di cui è formato maggiormente l’essere umano e l’opportunità di essere ascoltati non ha fatto altro che stimolare l’innalzamento di questa percentuale. Un esempio può essere l’attacco mediatico che ha ricevuto Liliana Segre, in seguito ad una foto postata sui social che la immortala mentre si vaccina contro il Covid.

L’ondata gratuita di insulti razzisti e antisemiti è stata imbarazzante e a questo punto i colpevoli, giustamente, se la vedranno con un giudice in un tribunale. Se da una parte è legittima la critica nei confronti di figure come quelle dei senatori a vita, considerate controverse ormai da molti anni, dall’altra si può intuire immediatamente che le critiche siano state mosse da quegli stessi utenti di cui parlava Umberto Eco. Ciò che stupisce maggiormente è che un’utenza di questo genere abbia il diritto di divulgare informazioni pubblicamente, ed è proprio questo l’aspetto che sempre più spesso fa storcere il naso quando ci si interroga sull’effettiva utilità dei social.

Questi stanno lentamente mostrando il loro lato più marcio e pericoloso, e quella che sembrava semplicemente essere una faccia della medaglia si sta rivelando essere invece loro parte integrante. Dare voce così indistintamente è un concetto fin troppo utopistico da poter essere applicato alla realtà e sperare in un web popolato da un’utenza seria e attendibile sarebbe come credere alle favole: l’assenza di una supervisione coerente e incontrastabile in grado di cucire la bocca (per quanto dittatoriale possa sembrare) non ha fatto altro che consacrare quanto detto dall’anticonformista Eco e, considerando il costante sviluppo del web nel mondo, è tanto bello quanto preoccupante pensare che quello che stiamo vivendo sia solo l’inizio.

Il filosofo e scrittore Umberto Eco

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