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Libertà va cercando, ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta” (Purgatorio, canto I, vv. 71-72). Questi due versi che Dante Alighieri inserisce poco dopo l’inizio della seconda delle tre cantiche della Divina Commedia, il Purgatorio, probabilmente noi li vediamo lontani da noi, li leggiamo quasi indifferenti. Solo alcune persone infatti li capiscono davvero, primi tra tutti i carcerati.

In italiano corrente infatti, i due versi reciterebbero: «Sta cercando la libertà, che è così preziosa, come sa bene chi rinuncia alla vita per lei». A pronunciare queste parole nella Divina Commedia è Virgilio, poeta latino morto nel 19 a.C. che Dante sceglierà come guida nell’Inferno e nel Purgatorio, che sta parlando dello stesso Dante. Arrivati alle pendici del monte del Purgatorio, i due incontrano l’anima di Catone Uticense. Questi era un politico romano dell’età tardo-repubblicana, nato nel 95 a.C. e morto suicida a Utica nel 46 a.C. per non finire nelle mani di Caio Giulio Cesare, suo acerrimo nemico. Essendo sia pagano che suicida, Dante avrebbe dovuto destinarlo all’Inferno, o nel Limbo (dove erano presenti i non battezzati), o nel cerchio VII (dove erano presenti le anime dei suicidi). 

Eppure, il Sommo Poeta colloca l’anima di Catone Uticense all’ingresso del Purgatorio, con il compito di farvi entrare le anime, poiché egli non viene considerato da Dante un suicida, ma un martire per la libertà (Virgilio infatti dice a Catone che ha rinunciato alla vita proprio per la libertà). Tocca dunque a lui, simbolo di rettitudine morale, far passare nel luogo di purificazione tutte quelle anime che hanno sbagliato ma hanno riconosciuto i propri peccati, e dovranno scontare pene molto dure per poter accedere al Paradiso

Alessandro Anderloni

Quindi le persone in carcere possono essere definite effettivamente come persone che stanno vivendo il Purgatorio e che, come le anime che risalgono il monte, devono capire i loro errori per meritarsi la libertà (per Dante, il Paradiso). Visto questo parallelismo, l’autore e regista veronese Alessandro Anderloni ha preso parte in qualità di direttore artistico al progetto “Dante in carcere”. Questo progetto, nato nel 2018, ha lo scopo di far recitare i versi della Divina Commedia ai detenuti del carcere di Montorio. «“Libertà va cercando”, immaginate questo verso come possa risuonare all’interno di una casa circondariale. […] Io sono convinto che se in questo Dantedì Dante è da qualche parte, si trova nelle carceri, tra le persone che, come in fondo tutti noi, stanno cercando la libertà» ha affermato Anderloni, ospite di “Radio Adige TV”. 

L’altro ieri, il 25 marzo, era infatti il “Dantedì”, poiché il 25 marzo è la data in cui Dante dice di aver iniziato il suo viaggio della Divina Commedia, e quest’anno è importante in particolare, visto che sono 700 anni che Dante è morto (1321-2021). In occasione di quest’evento il progetto “Dante in carcere” ha voluto registrare un videomessaggio chiamato appunto “Libertà va cercando”. 

Il videomessaggio “Libertà va cercando”

Le storie non si possono rinchiudere” è la frase affissa davanti alla sala prove del carcere di Montorio. Ognuno di noi ha delle storie da raccontare, e farle uscire dal carcere è l’obiettivo del progetto. Le storie infatti non potranno essere rinchiuse in nessun modo, nemmeno in questo periodo di pandemia, come sostiene Anderloni. «Per me non ci sarebbe stato modo migliore che festeggiare il Dantedì tra le mura del Carcere di Montorio» ha concluso il regista.

E probabilmente ha proprio ragione. Dopotutto, è Dante stesso che ci dice che solo chi ha peccato può aspirare al Paradiso. Infatti, per raggiungere il sommo Bene, bisogna comprendere ed evitare il peccato. Chi meglio dei carcerati può comprendere cosa vuol dire commettere un peccato grave e pagarne le conseguenze? E chi meglio di Dante può far comprendere la strada della redenzione ai detenuti? Lui stesso infatti ci dice che quel viaggio l’ha fatto e ha deciso di raccontarlo “per trattar del ben ch’i vi trovai” (Inferno, canto I, vv. 8). Pare davvero che, come afferma Anderloni, «Dante sapeva che di lì a settecento anni la sua storia sarebbe stata raccontata anche nel carcere di Verona e che quei luoghi sarebbero diventati una metafora del suo viaggio umano e ultraterreno».

Dobbiamo dunque andare fieri noi veronesi di aver ospitato per dieci anni il sommo poeta di tutta l’Italia. Avete festeggiato tutti il Dantedì, vero?

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