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La Cina rappresenta a livello economico uno dei colossi mondiali. Gode di una una popolazione di circa 1,4 miliardo di persone su una superficie di 9 milioni di km². La Cina si conquista così la medaglia di “terzo Paese al mondo per estensione”. 

Attualmente, Pechino (la capitale cinese) conta circa 22 milioni di abitanti, diventando la quarta città più popolosa al mondo e la terza della Cina. Dal punto di vista politico in Cina è rappresentata dal Partito Comunista. Infatti, è dal 1949 che i cittadini non sanno cosa significhi il termine “democrazia” e non praticano libere elezioni.

L’economia di mercato è stata per molto tempo di tipo comunista: oggi il Paese risulta avere una vena capitalista, seppur controllata dallo Stato, ma con libera concorrenza. Solo nel 1980 la Cina introdusse la proprietà privata e di conseguenza un’economia di mercato. 

Il sistema scolastico e la pressione per il Gaokao

Il Gaokao è l’esame nazionale per l’ammissione degli studenti universitari cinesi. È un test che ha come scopo quello di determinare il futuro del giovane o “condannarlo” ad un percorso di serie B. La Cina crede fortemente in una meritocrazia molto selettiva. I giovani cinesi sono chiamati a fare tanti sacrifici per guadagnarsi un futuro migliore, cominciando già dai banchi di scuola.

Il Gaokao discende dai primi concorsi pubblici inventati 1500 anni fa. Ha avuto fasi di abbandono, ma già nell’anno successivo alla morte dell’ex dittatore Mao (nel 1987), venne ripristinato.

Solitamente, uno studente cinese (di un buon liceo) rimane in classe dalle sette e mezza del mattino fino alle dieci di sera. Incluse nell’orario ci sono anche le esercitazioni per gli esami. Il tempo libero viene sacrificato così come il divertimento, le amicizie e talvolta anche le ore di sonno. Ogni anno circa 10 milioni di liceali passano attraverso questo calvario. Una forma estrema di preparazione che può ricordare, per certi versi, il regime imposto agli atleti cinesi in vista delle Olimpiadi. Addirittura alcune scuole private forniscono dei kit per iniezioni endovenose (come sostanze energetiche) agli studenti che in dirittura finale vogliono rimanere svegli per studiare. I templi buddisti si riempiono di genitori che fanno offerte votive per propiziare il successo del Gaokao dei propri figli.

Alcuni studenti si definiscono “gioventù rovinata” dalla macchina distruttiva dell’esame, che rappresenta un ascensore sociale e l’accesso assicurato alle cariche pubbliche pure per individui di umili origini. Questo sistema genera conformismo, i testi si basano sulla memorizzazione di una quantità enorme di nozioni che non stimolano la creatività e l’innovazione.

Gli asiatici negli U.S.A. risaltano per il successo culturale, sociale ed economico e, per farsi un’idea, basterebbe scorrere i cognomi degli imprenditori dell’economia digitale nella Silicon Valley. L’American Community Survey nel quinquennio 2015- 2019 vedeva cittadini di origine asiatica residenti negli Stati Uniti con un reddito medio di 88.000 dollari annui, al di sopra dei bianchi (66.000 $), degli ispanici (52.000 $) e degli afroamericani (42.000 $). Inoltre, circa il 54% degli Asian-Americans ha almeno una laurea.

USA e Cina, due realtà non così diverse ma in costante conflitto

Siamo di fronte ad una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina? Nel biennio 2020-2021 c’è stato un aumento di aggressioni contro gli Americani di origine asiatica, che la polizia ha trattato come reati ispirati da odio razziale. Addirittura, Donald Trump, allora inquilino della Casa Bianca, definì “China Virus” il Covid19, motivo per cui successivamente venne accusato di avere umiliato la minoranza cinese degli Stati Uniti.

Nel 2021, invece, il nuovo e attuale presidente Joe Biden ha espresso una chiara ostilità nei confronti dell’Asian-Americans e l’accusa è apparsa in un editoriale del celebre Washington Post.

L’emergenza ambientale e climatica ha imposto ad entrambe le potenze la necessità di dare delle risposte globali, ma sia Joe Biden che Xi Jinping rappresentano due nazioni segnate da forti disuguaglianze. Il progetto di Biden affonda le sue radici in un’America più equa, quella degli anni ‘60, e nell’idea di rilanciare il modello socialdemocratico che fu in voga ai tempi di Roosevelt con il New Deal.

Il tema delle disuguaglianze in Cina è altrettanto incisivo. I segnali di insofferenza della classe operaia cinese non sono inferiori a quelli che nel Midwest degli Stati Uniti che portarono all’elezione di Trump quattro anni fa (nel 2017). La Cina non conta un’immigrazione straniera, piuttosto un’immigrazione tutta cinese, eppure questi vengono catalogati come “cittadini di serie B”.

Un altro tema comune tra le due potenze mondiali è lo strapotere Big Tech. La Cina si è resa conto, negli ultimi anni, che uno dei suoi colossi digitali, il gruppo Alibaba-Anti-Alipay, gestisce applicazioni di prestiti e investimenti superiori al PIL del Paese. Dalla rivoluzione tecnologica è germinata una superbanca, spiazzando il governo cinese.

Logicamente lo Stato verte a piegare alla propria volontà i miliardari del digitale, imponendo nuovi limiti e regole. Lo stesso problema lo sta riscontrando Biden negli U.S.A. con Amazon, Apple, Google, Facebook, Microsoft e Netflix. Pensare di mettere in ginocchio questi poteri così forti è molto più complicato per un presidente democratico, in aggiunta al fatto che l’establishment digitale lo aiutò a vincere le scorse elezioni presidenziali.

Come afferma Federico Rampini nel suo libro Fermare Pechino: «Nell’incontro di pugilato tra Cina e America, è Biden ad avere un braccio legato dietro la schiena». La posizione del presidente statunitense non è agevolata. Biden si trova costretto a fare i conti con una realtà completamente disgregata e che non conosce la parola “unione”.

Due potenze economiche-imprenditoriali: da un lato il gruppo made in China Alibaba creato da Jack Ma e negli U.S.A. Amazon in mano di Jeff Bezos. Ciò che stupisce è il fatto che pur essendo simili non si fanno concorrenza. Le multinazionali, la prima con sede a Hangzhou e quella americana a Seattle, alcuni anni fa si sono spartite le zone d’influenza, prefigurando nell’universo digitale un bipolarismo da guerra fredda.

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