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Quasi 7 milioni di donne tra i 16 e 70 anni hanno subito violenza nella loro vita, secondo i dati riportati dall’Istat nel 2015.

La violenza sulle donne è un fenomeno trasversale, che le colpisce tutte, anche le donne italiane ricche, colte e istruite. Il luogo dove viene compiuta la violenza è soprattutto la casa. Il responsabile, nella maggior parte dei casi, è il compagno, il marito, l’ex compagno. La violenza può essere: fisica, psicologica, sessuale o sotto forma di stalking

La violenza ha diversi effetti negativi, poiché il ricordo rimane vivido nella mente delle vittime e comporta problematiche di natura non solo fisica ma anche mentale. Le conseguenze possono determinare per le donne isolamento, incapacità di lavorare, limitata capacità di prendersi cura di sé stesse e dei propri figli. Ogni 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, una ricorrenza istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che invita ad organizzare attività al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica su questa determinata violazioni dei diritti umani.

Tacchi rossi, simbolo della violenza contro le donne

Uno dei tanti aspetti negativi della pandemia è stato il forte aumento dei casi di violenza contro le donne. Proprio perché, a causa delle restrizioni imposte, molte donne vivevano chiuse in casa proprio con i loro aggressori. Nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020, le chiamate al numero nazionale antiviolenza sono cresciute del 71,7% rispetto all’anno precedente.

Un caso recente di violenza nei confronti di una donna ha visto come vittima una giornalista, la quale, mentre stava intervistando i tifosi all’uscita dallo stadio di Empoli, dopo la partita contro la Fiorentina, è stata molestata in diretta televisiva da un uomo. Queste le sue parole: ”Pretendo rispetto come professionista e come donna”.

La violenza contro le donne spesso sfocia nel femminicidio, la violenza più ignobile che porta alla fine della vita. E’ l’antitesi del diritto alla vita. La parola femminicidio“, secondo la scrittrice Michela Murgia, “Non indica il sesso della persona morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio. Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno nei confronti delle donne. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché”. I dati internazionali evidenziano che, per le donne tra i 15 e i 44 anni, la violenza è la prima causa di morte e di invalidità, ancor più del tumore, degli incidenti stradali e persino delle guerre.

In Italia, ogni anno, oltre cento donne (una ogni tre giorni), vengono uccise da uomini, quasi sempre da coloro che dicono di amarle.

Un caso è quello di un bambino di 10 anni che, a sei mesi di distanza dall’omicidio della mamma, Laura Pirri, ha consentito, attraverso il suo racconto, di incastrare l’assassino: “Papà e mamma litigavano, lui la picchiava, è stato lui…” 

Il bambino ha reso giustizia alla mamma in uno sfogo fatto alla nonna. Laura Pirri aveva 32 anni, è morta a causa di gravissime ustioni sul 40 per cento del corpo, causate dall’esplosione di una bombola di gas in casa. A ucciderla il compagno, Sebastiano lemmolo, arrestato dalla Squadra mobile di Siracusa dopo le parole del piccolo.

Il movente dell’orribile femminicidio? Una banale lite per venti euro. L’uomo chiedeva i soldi alla compagna che glieli avrebbe rifiutati. Per sei mesi questo femminicidio è rimasto catalogato come semplice incidente domestico.

Per contrastare la violenza serve potenziare i centri antiviolenza, predisporre progetti di formazione scolastica contro gli stereotipi di genere, educare i giovani all’addio da parte di una ragazza o alla sconfitta.

La normativa ha introdotto un importante strumento denominato codice rosso”, che impone alla magistratura e alle forze dell’ordine di dare priorità ai reati rientranti nell’ambito della violenza domestica o di genere.

Per dare un contributo, due importanti artiste, Loredana Bertè e Fiorella Mannoia, hanno organizzato all’Arena di Verona un evento denominato Amiche in Arena” con la partecipazione di sedici artiste che si sono alternate in brani singoli e in duetti con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul femminicidio e ogni genere di violenza sulle donne. Il ricavato del progetto discografico della serata è stato devoluto in beneficenza ai centri antiviolenza.

Conoscere la questione è il punto di partenza per sradicarlo.

Denunciare una violenza subita è un atto che richiede molto coraggio. Le donne devono reagire al primo gesto di violenza e non sottovalutarlo, rifiutando le giustificazioni del compagno che spesso giura che non lo farà mai più, quando invece spesso rappresenta l’inizio di una serie di violenze. 

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Sono una ragazza di quindici anni e vivo in Valpolicella. Frequento la V Ginnasio al liceo classico all’istituto “Alle Stimate”. Ho scelto questo indirizzo scolastico perché prediligo le materie umanistiche e le ritengo più interessanti rispetto a quelle scientifiche; inoltre il liceo classico può aprire molte porte per il futuro e quindi, da un punto di vista lavorativo, ci sono varie possibilità. Mi ritengo una ragazza solare e molto sensibile. Mi piace trascorrere le giornate con i miei amici e con la famiglia. Per molti anni ho praticato danza, ginnastica ritmica e ippica, una delle mie passioni fin da bambina. Quando sono sul cavallo mi sento libera e stacco la testa da tutto. Non ho le idee chiare per il futuro, tuttavia mi piacerebbe fare l’avvocato oppure lavorare nel campo della moda. L’unica cosa di cui sono sicura è che mi piacerebbe viaggiare molto, visitare nuovi posti e conoscere nuove culture.

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