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Sono trascorsi pochi giorni dalla celebrazione della Giornata della memoria e, come ogni anno, sono state ricordate le vittime della Shoah, deportate e uccise per mano dei nazisti. Accanto a quelle vittime, però, ne esistono altre troppo spesso dimenticate: i bambini che moltissime famiglie dovettero abbandonare, affidandoli a parenti o talvolta a sconosciuti, pur di salvarli dalla morte. Quei bimbi sono stati vittima di quella stessa tragedia che abbiamo visto ripetersi la scorsa estate, all’aeroporto di Kabul, quando genitori disperati consegnavano a soldati o funzionari stranieri i propri figli, nel tentativo di metterli in salvo dalla furia dei talebani e dagli orrori della guerra civile.

Tommaso Claudi accoglie tra le braccia un bimbo di Kabul

Difficile dimenticare le immagini dello scorso 25 agosto, che immortalavano un piccolo afgano consegnato al funzionario italiano Tommaso Claudi, affinché potesse oltrepassare il muro dell’aeroporto e mettersi in salvo. Nessun ricordo, o quasi, abbiamo invece dei tanti bambini che, nel 1943, vennero consegnati dai genitori, caricati ormai sui camion diretti verso i campi di concentramento, a parenti o sconosciuti, nel disperato tentativo di sottrarli ad una morte certa.

È quanto accadde il 16 ottobre di quell’anno a Mario Meli, che ha raccontato la sua straziante storia attraverso le pagine di Repubblica lo scorso 31 agosto.

L’accostamento tra le due vicende potrebbe apparire improprio: paragonare la Shoah ad una guerra civile, per quanto violenta, è infatti sicuramente una forzatura storica. Vi sono tuttavia molte affinità che debbono farci riflettere. Le vittime, innanzitutto, di queste terribili tragedie umane: i bambini sono i soggetti più indifesi in qualsiasi conflitto, in ogni genocidio. Tutte le volte che si parla di guerra i primi ad essere schiacciati dalle sue terribili conseguenze sono proprio i bambini, sia che vengano uccisi, sia che rimangano orfani. Poi, accanto a loro, ci sono le loro famiglie, i loro genitori, i nonni, gli zii. Possiamo solo immaginare lo strazio delle mamme e dei papà, afgani o ebrei che siano, costretti alla scelta più innaturale che possa esistere: quella di gettare le proprie creature tra le braccia di sconosciuti, affidandoli ad un destino incerto, sperando, senza avere certezze, nella bontà altrui.

L’incertezza verso il futuro, l’impossibilità di conoscere il destino dei propri piccoli, l’incapacità di difenderli diventano la scelta più accettabile, innanzi ad un presente senza speranze. Uno strazio difficile da comprendere, un atto di disperazione, ma anche di immenso amore: la rinuncia alla propria felicità per il resto della vita, breve o lunga che sia.

Poi ci sono loro: i bambini, quelli che si salvano, o meglio sopravvivono, destinati a portare per il resto della loro esistenza le cicatrici di un ”abbandono per amore”, la consapevolezza di quel gesto che tuttavia li ha privati per sempre degli affetti più cari. E il rimpianto per la vita che si sarebbe potuta vivere e che non si è avuta.

Dov’è finito quel bambino afgano? Dove sono gli altri? Che vita avranno?

L’intervista che Paolo Meli ha rilasciato a Repubblica ci invita a riflettere, a non spengere la memoria, come spesso siamo soliti fare, quando le immagini ed i racconti non ci sono più.

Bambini ebrei deportati nei lager nazisti

Meli aveva solo due anni il 16 ottobre del 1943, quando venne prelevato con i genitori dalla sua abitazione di Roma. Furono portati al camion che avrebbe dovuto condurli “a lavorare” in Germania. Mentre attendevano di salire, la zia stava dall’altra parte della strada, assistendo impotente alla deportazione della sorella, del cognato e del nipotino. Di lì passò per caso una donna, in modo non molto diverso da com’è accaduto per il nostro Tommaso Caudi, che tornava dal fare la spesa; avrebbe potuto continuare indifferente la sua passeggiata, eppure si fermo ed esclamò: “Che se lo portano a fare questo ragazzino a lavorare?”. La zia, che non poteva avvicinarsi al camion, perché ebrea, sentendo quelle parole, chiese alla signora di accostarsi al camion e di prendere il bambino per portarglielo. “Certo che ci vado. Voglio vedere se non me lo danno”, disse la donna. La signora riuscì a convincere i tedeschi e consegnò il bambino alla zia, in una piazzetta nelle vicinanze.

Mario Meli non ha mai conosciuto il nome di quella signora e non ne ha ricordo, così come non ha memoria dei suoi genitori. Tutto ciò che sa di quel terribile momento gli deriva dal racconto degli zii, che lo hanno cresciuto “come” un figlio. Oggi è un anziano signore, nonno e padre affettuoso, eppure non riesce a colmare quel profondo dolore che lo ha accompagnato per tutta la vita: il dolore di crescere senza l’amore dei propri genitori.

Quanti Mario Meli ci sono stati? Cosa ne sarà stato di quei bambini afgani che sono riusciti a salire sugli aerei occidentali? Che fine hanno fatto le loro mamme e papà? Cosa ne sarà stato poi dei tantissimi altri che, invano, stavano aspettando di fronte al muro dell’aeroporto di Kabul?

Di fronte a queste domande, non esistono risposte certe, ma solo un imperativo morale: non dimentichiamoci di loro!

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