Da quasi due anni, Bruno Giordano, presidente di Fondazione Cariverona, con la sua esperienza nel settore dell’ imprenditoria, punta a rafforzare il legame tra ragazzi e territorio, sostenendo in particolare i giovani con il nuovo piano triennale da 100 milioni. Convinto che fare impresa in Italia sia una sfida, Giordano incoraggia iniziative innovative e lo sviluppo locale, trasformando tradizione e visione strategica in opportunità concrete per il futuro.
Presidente Giordano, da quasi un biennio è alla guida di Fondazione Cariverona. Che bilancio fa fino a questo momento?
Questi due anni sono stati intensi, impegnativi, ma profondamente stimolanti. Guidare Fondazione Cariverona significa custodire una storia importante e, allo stesso tempo, avere il coraggio di immaginare il futuro. Il bilancio che faccio è positivo non tanto per i numeri, seppur importanti e che vedono, tra le altre, le erogazioni passare da 60 a 100 milioni per il triennio, quanto per la direzione intrapresa. Abbiamo lavorato per rendere la Fondazione sempre più vicina ai territori, più capace di ascoltare i bisogni reali delle comunità e più orientata a generare impatto concreto. In questi anni abbiamo rafforzato il sostegno al sociale, alla cultura, alla formazione e alla ricerca, ma soprattutto abbiamo cercato di costruire connessioni: tra pubblico e privato, tra giovani e imprese, tra innovazione e coesione sociale. Credo che oggi una fondazione bancaria debba essere non solo un ente erogatore, ma un motore di visione e sviluppo. Viviamo un tempo attraversato da grandi trasformazioni economiche, tecnologiche e demografiche ed il nostro compito è accompagnare i territori senza lasciare indietro nessuno. È una responsabilità che sento molto. Personalmente, questi due anni mi hanno confermato una convinzione: il vero patrimonio di una comunità non è solo economico, ma umano. Quando si investe nelle persone, nei giovani, nella cultura e nella capacità di creare fiducia, si costruisce qualcosa che resta nel tempo

Lei ha una formazione imprenditoriale, come può essere valorizzato questo aspetto all’interno di un ente come Fondazione?
La mia formazione imprenditoriale mi ha insegnato prima di tutto il valore della concretezza, della responsabilità e della visione nel lungo periodo. Fare impresa significa prendere decisioni, assumersi dei rischi, ascoltare il mercato, ma soprattutto costruire valore duraturo attraverso le persone. Credo che questo approccio possa essere molto utile anche all’interno di una fondazione come Cariverona. Oggi le fondazioni non possono limitarsi a distribuire risorse: devono saper leggere il cambiamento, individuare priorità strategiche e accompagnare processi di crescita sociale ed economica.
Inoltre, chi ha vissuto il mondo dell’impresa, conosce bene il valore del lavoro, della formazione e del capitale umano, per questo ritengo fondamentale costruire un dialogo sempre più forte tra fondazioni, imprese, università e istituzioni. Per le sfide di oggi penso ai giovani, alla transizione tecnologica, alla competitività dei territori. La cultura imprenditoriale, in fondo, non riguarda soltanto l’economia: riguarda la capacità di trasformare le idee in opportunità concrete ed è esattamente ciò che una grande fondazione deve saper fare per il bene della comunità.

Cosa l’ha spinta a mettersi in gioco per il territorio?
Credo che arrivi un momento nella vita in cui senti il dovere di restituire parte di ciò che hai ricevuto. Io sono cresciuto in un territorio straordinario, fatto di lavoro, cultura, solidarietà e capacità di costruire comunità. Tutto ciò che ho realizzato come imprenditore nasce anche da questo contesto. Mettermi in gioco per il territorio è stato quindi un passaggio naturale, quasi una responsabilità morale prima ancora che istituzionale. Ho sempre pensato che il successo abbia davvero valore solo quando riesce a generare opportunità anche per gli altri.
Oggi viviamo una fase storica complessa, in cui molte persone soprattutto i giovani che cercano punti di riferimento, fiducia e prospettive. Una fondazione come Cariverona può avere un ruolo fondamentale: non solo sostenere progetti, ma alimentare speranza, creare connessioni, aiutare il territorio a immaginare il proprio futuro. Quello che mi motiva è vedere che dietro ogni intervento ci sono persone vere: ragazzi che studiano, famiglie in difficoltà, realtà culturali che tengono viva l’identità delle nostre città, imprese sociali che innovano. Quando riesci a contribuire, anche solo in parte, a migliorare queste storie, capisci che il tuo impegno ha un senso profondo.
Io credo molto in un’idea semplice: i territori crescono quando chi ha esperienza, competenze e possibilità decide di non restare spettatore, perché il futuro non si aspetta ma si costruisce!
La nuova programmazione triennale mette a disposizione 100 milioni, molti dei quali orientati verso iniziative che riguardano i giovani. Perché?
La nuova programmazione triennale nasce da una consapevolezza molto chiara: stiamo attraversando un cambiamento profondo, economico, sociale e tecnologico, e le nuove generazioni sono quelle che più di tutte ne vivono le conseguenze, ma anche quelle che possono trasformarlo in opportunità.
Abbiamo scelto di destinare risorse importanti ai giovani perché vediamo emergere bisogni concreti: il tema della formazione, dell’accesso al lavoro, del disagio sociale ed emotivo e soprattutto il rischio che molti talenti lascino i nostri territori per cercare altrove opportunità che qui non trovano. Oltre 150.000 giovani lasciano ogni anno il nostro Paese perché non hanno trovato qui la possibilità di realizzare il proprio sogno di vita. Se non riusciremo ad invertire questa tendenza nel 2050 per ogni lavoratore ci sarà un pensionato da mantenere: ovvio che il nostro modello socio economico non potrà reggere e di conseguenza fallirà. Una fondazione come Cariverona deve avere il coraggio di guardare lontano. E guardare lontano significa creare condizioni affinché i giovani possano studiare, innovare, fare impresa, esprimere creatività e sentirsi parte di una comunità che crede in loro.
Non si tratta di finanziare progetti ma di costruire ecosistemi: mettere in relazione scuole, università, imprese, cultura e terzo settore per generare percorsi di crescita reali e duraturi. Io credo che la sfida più importante oggi sia restituire fiducia alle nuove generazioni. Perché un giovane che sente di avere opportunità diventa energia per tutto il territorio e quando una comunità investe sui propri giovani, in realtà sta investendo sulla propria capacità di restare viva, competitiva e umana nei prossimi decenni.

Come si può rendere più attrattivo il nostro territorio?
Rendere più attrattivo un territorio oggi significa prima di tutto renderlo capace di offrire qualità della vita, opportunità e visione. Le persone, soprattutto i giovani e i talenti, scelgono i luoghi dove sentono di poter costruire non solo una carriera ma anche un futuro.
Il nostro territorio ha straordinarie potenzialità: cultura, imprenditorialità, bellezza, competenze manifatturiere, università di qualità e un forte tessuto sociale ma non possiamo vivere soltanto di ciò che abbiamo ereditato: dobbiamo avere il coraggio di innovare.Servono investimenti nella formazione, nella ricerca, nella tecnologia e nella sostenibilità. Serve creare un intero ecosistema. Oggi l’attrattività non si misura più soltanto con le infrastrutture materiali, ma anche con la capacità di generare idee, relazioni e inclusione.
E non serve creare solo opportunità di lavoro ma un giovane ha bisogno di una casa in cui vivere, di spazi in cui trascorrere il tempo libero, di opportunità di accrescere la propria base culturale. Servono pertanto alloggi innovativi perché i giovani hanno esigenze diverse da noi adulti, servono spazi di aggregazione e contaminazione, servono eventi culturali che siano di stimolo alla nascita di nuove idee e nuove correnti di pensiero.
E poi il lavoro deve essere giustamente retribuito, deve essere garantito un percorso di crescita professionale adeguato alle effettive capacità del singolo e servono istituzioni che diano fiducia ai giovani creando le basi per sempre nuove opportunità. I giovani devo poter intravvedere occasioni concrete di crescita personale e professionale. Dobbiamo sempre tenere bene a mente che quando un territorio perde i propri talenti, perde una parte del proprio futuro.
Infine, credo che l’identità sia un valore decisivo. I territori più forti sono quelli che riescono ad essere internazionali senza perdere la propria anima. Noi abbiamo una storia importante, fatta di lavoro, cultura e comunità: dobbiamo trasformarla in una forza contemporanea, capace di parlare alle nuove generazioni e al mondo. L’attrattività, in fondo, nasce quando un territorio riesce a trasmettere una sensazione semplice ma potente: qui vale la pena costruire qualcosa, qui posso realizzare i miei sogni!

Fare impresa in Italia è facile?
Fare impresa in Italia non è semplice, e sarebbe poco credibile dire il contrario. Gli imprenditori ogni giorno si confrontano con complessità burocratiche, tempi spesso lunghi, pressione fiscale elevata e un contesto internazionale sempre più competitivo. Eppure, nonostante tutto, l’Italia continua a generare imprese straordinarie, capacità manifatturiera,creatività e innovazione riconosciute nel mondo.Questo significa che il nostro Paese possiede energie enormi ma chiede agli imprenditori uno sforzo ben superiore rispetto ad altri sistemi economici.
Oggi servirebbe soprattutto un cambio di approccio: considerare chi fa impresa non come qualcuno da ostacolare o guardare con diffidenza, ma come una risorsa sociale. L’impresa crea lavoro,competenze, innovazione, coesione. Dietro ogni azienda ci sono famiglie, territori, giovani che costruiscono il proprio futuro.
Eppure qualcuno chiama “prenditori” gli imprenditori a sottolineare una cultura di base orientata a demonizzare chi fa impresa, chi crea posti di lavoro, chi davvero costruisce il futuro. Allo stesso tempo, anche il mondo imprenditoriale deve evolvere: investire di più in formazione,tecnologia, sostenibilità e qualità del lavoro: la competitività non può più basarsi solo sul sacrificio bensì sulla capacità di innovare e creare valore duraturo. E’ un momento certamente difficile e di grandi cambiamenti.
La politica da troppo tempo ha perso il propio ruolo di guida, incapace di fare scelte strategiche, di impostare una strategia di sviluppo industriale, piegata solo sulla logica del consenso elettorale è fatta per lo più da persone non competenti. Ma io resto ottimista: l’Italia ha talento, tanto talento, ha cultura industriale e una straordinaria capacità di reinventarsi e quando pubblico, privato, scuola e territorio riescono a collaborare, il Paese dimostra di poter competere con chiunque.
La vera sfida è saper creare le condizioni che permettano ai talenti e alle loro energie migliori di esprimersi senza essere frenate, perché fare impresa non dovrebbe essere una corsa ad ostacoli ma piuttosto un atto di costruzione collettiva del futuro.

Lo consiglierebbe, oggi, a un giovane?
Sì, lo consiglierei. Ma direi anche la verità: fare impresa oggi richiede coraggio, preparazione e una grande capacità di adattarsi al cambiamento. Non è una strada facile, però può essere una delle esperienze più straordinarie dal punto di vista umano e professionale. Fare impresa significa trasformare un’idea in qualcosa di concreto, creare lavoro, innovazione,opportunità, significa mettersi in gioco ogni giorno, accettando il rischio ma anche la responsabilità verso le persone che lavorano con te e verso il territorio in cui operi.
Ai giovani direi soprattutto una cosa: non aspettate il momento perfetto, perché non esiste. Studiate, fate esperienza, siate curiosi, viaggiate, imparate la tecnologia, ma conservate anche la capacità di immaginare qualcosa che ancora non c’è. Le grandi imprese spesso nascono proprio da uno sguardo diverso sulla realtà. Emblematica la frase di Henry Ford: se avessi chiesto ai miei clienti cosa volevano, mi avrebbero risposto: un cavallo più veloce! Ma lui fondò la Ford e fece macchine più veloci! Credo inoltre che oggi ci siano spazi enormi nei settori legati all’innovazione, alla sostenibilità, all’intelligenza artificiale, alla manifattura evoluta e ai servizi ad alto valore umano. Il mondo sta cambiando rapidamente, e ogni cambiamento porta con sé nuove opportunità per chi ha visione. Naturalmente, i giovani non devono essere lasciati soli, servono ecosistemi che li accompagnino:accesso al credito, formazione, mentoring, università collegate alle imprese, istituzioni che sappiano sostenere il merito e il talento. Concludendo sì, incoraggerei un giovane a fare impresa perché ogni impresa che nasce è, in fondo, un atto di fiducia nel futuro e i territori che crescono sono quelli in cui qualcuno continua ad avere il coraggio di immaginare, costruire e rischiare.
Parlando di questo tema so che avete istituito lo Young Advisory Board, che cosa sarebbe?
Da ultimo tengo a sottolineare che quest’anno abbiamo anche istituito lo Young Advisory Board, un nuovo organo di indirizzo formato da 12 giovanissimi, perché crediamo che non si possa progettare il futuro dei giovani senza coinvolgere direttamente i giovani. Troppo spesso le nuove generazioni vengono considerate soltanto destinatarie di interventi; noi invece abbiamo voluto riconoscerle come interlocutori attivi, portatori di idee, sensibilità e visioni nuove. Lo Young Advisory Board nasce proprio con questo spirito: creare uno spazio di confronto autentico tra la Fondazione e ragazze e ragazzi del territorio, ascoltare il loro punto di vista sui grandi cambiamenti che stiamo vivendo, dalla tecnologia al lavoro, dalla sostenibilità alla cultura e arricchire così anche il nostro modo di pensare e decidere. Per noi è anche un segnale culturale importante, significa dire ai giovani: la vostra voce conta, non tra dieci anni, ma oggi. Ci aspettiamo che questo organismo diventi un laboratorio di idee, ma anche un ponte tra generazioni. I giovani hanno energie, creatività e una capacità naturale di leggere il cambiamento mentre le istituzioni hanno esperienza e responsabilità.Quando queste due dimensioni dialogano davvero ecco che nascono le intuizioni più interessanti. Io credo che una comunità cresca quando riesce non solo a parlare ai giovani ma soprattutto ad ascoltarli con rispetto e fiducia.













