Stefano Dal Corso, ogni giorno in prima linea contro il Covid-19

Stefano Dal Corso, infermiere all’ospedale di Marzana, con lo scoppio della pandemia di Coronavirus è stato trasferito dal reparto riabilitazione al reparto Covid-19. Egli, ogni giorno, combatte in prima linea contro questo terribile virus che sta mettendo in ginocchio il mondo intero.

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Il Coronavirus sta lacerando il mondo. Sono mesi che ci costringe a limitare al massimo gli spostamenti e gli incontri, a portare le mascherine per ogni uscita da casa, a tenere le distanze ogniqualvolta si incontri o ci si imbatta in qualcuno. Ma come ci si sente a combatterlo in prima linea? 

Proprio per rispondere a questa domanda, abbiamo intervistato Stefano Dal Corso, un infermiere all’ospedale di Marzana che, dopo lo scoppio della pandemia, è stato trasferito dal reparto riabilitazione, in cui lavorava precedentemente, al reparto Covid-19

Signor Dal Corso, com’è stato per lei l’impatto emotivo nel passaggio dal reparto riabilitazione al reparto Covid-19?

Ho attraversato diverse emozioni. La prima ad arrivare è stata la paura della malattia, sia per me stesso, sia per coloro che vivono insieme a me. D’impatto ho provato anche una certa rabbia. Successivamente, anche grazie al confronto con i colleghi, queste si sono trasformate in accettazione, spinta di coinvolgimento e coraggio. Ho capito che era il mio momento, che toccava a me prendere parte a questa azione collettiva.

Ha detto che temeva per se stesso di prendersi la malattia. Che tipo di precauzioni utilizzate per difendervi?

Basti pensare che il processo di vestizione per entrare nel reparto dura circa un quarto d’ora. Si indossano delle tute integrali o dei camici idrorepellenti, dei copriscarpe, di solito doppi, delle mascherine del tipo ffp2, sopra le quali vengono poste a loro volta delle mascherine chirurgiche e degli schermi facciali in plastica trasparente che coprono l’intero volto. Ci sono poi molte norme comportamentali da seguire: per esempio non si può, durante l’intero turno di lavoro, portarsi le mani al viso (quindi anche mangiare e bere), se non facendo l’intero processo di svestizione e rivestizione. Inoltre si evita di toccare in giro e ci si cambia i guanti e ci si disinfetta le mani di continuo.

Com’è la sua giornata-tipo lavorativa?

In realtà, poco si discosta da quella a cui ero abituato. Si inizia con un passaggio di consegne dai colleghi del turno precedente e si procede con le varie attività del reparto. Nel complesso abbiamo compreso l’importanza del tempo di relazione con i pazienti. Questi infatti sono fermi in reparto per tempi abbastanza lunghi, a volte fino a un mese, in cui non hanno possibilità né di ricevere visite, nè di uscire dalla loro stanza. Noi siamo quindi gli unici che possiamo intrattenerci con loro, e ciò diventa una vera e propria attività di cura.

Com’è di solito lo stato d’animo dei pazienti?

Questo è davvero molto variabile. Già dal primo giorno che sono entrato in reparto, mi sono accorto che ci sono pazienti che hanno visto la morte in faccia e lo trasmettono con certi atteggiamenti di espressione e del corpo. Ricordo per esempio il caso di un signore di 96 anni, che stava dormendo, e quando l’ho destato ha fatto un balzo e delle urla proprio di terrore. Al contrario, ci sono pazienti che paiono non rendersi conto del rischio e della gravità di ciò che hanno passato, che negano sostanzialmente la loro malattia. La maggior parte dei pazienti sta però nel mezzo, e attraversa più o meno tutte le fasi, dalla negazione alla fase più depressiva, fino alla rinascita della speranza nel futuro.

Come ci si sente nell’affrontare proprio in prima linea questo virus che sta terrorizzando il mondo intero?

Spesso nei mezzi di informazione noi infermieri, così come i medici e tutte le altre persone in prima linea, siamo stati descritti come eroi. Io personalmente non mi sono mai sentito come tale in questa situazione, anche perché mi ci sono trovato: a mio parere forse la cosa più eroica che si possa fare è proprio accettare di trovarsi in quel posto lì e dire: “Bene, è il mio momento, io ci sono”. Ho avvertito invece una maggiore consapevolezza di ciò che noi uomini siamo in questo mondo: di solito infatti ci sentiamo, grazie alla nostra tecnica, forti e invincibili, ma in realtà ci siamo trovati in un battibaleno sguarniti di fronte a questa minaccia, con pochissime armi a disposizione.

Nell’evoluzione della pandemia si nota qualche miglioramento oppure ancora no? 

Per quanto riguarda l’Italia, oggi, 20 maggio, i miglioramenti sono evidenti e descritti da tutti i mezzi d’informazione. Il mio timore più grande al momento è l’allentamento delle misure di sicurezza sociali. Questo perchè vedo in giro molti comportamenti sbagliati da parte della gente. Infatti, se in un primo momento si trovavano le persone estremamente attente e protette, già in questi giorni, facendo qualche uscita, ho trovato molti gruppi, soprattutto di ragazzi ma non solo, che si incontrano con amici e stanno in compagnia con le mascherine abbassate come se non ci fosse più un virus che circola in Italia. Per cui noi operatori sanitari continuiamo a rilanciare lo stesso appello di stare molto attenti e di cercare di capire quali sono le modalità attraverso cui si diffonde l’epidemia.

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