Siamo tutti eroi, ormai è così. L’ordinario è diventato straordinario, la normalità quotidiana è stata innalzata fino alle somme dimore della gloria e il dovere si è mutato in un sacrificio incommensurabile. Basta pochissimo, un paio di domande, una fotografia sul giornale e un qualunque sconosciuto ha appena subito una metamorfosi, ora è l’oggetto della contemplazione generale e il suo nome è decantato da tutti.

Sono eroi gli studenti, che devono adattarsi alle nuove modalità di apprendimento, gli insegnanti, che devono cambiare metodo di insegnamento, le Forze dell’Ordine, gli operatori sanitarii ministri… alcuni arrivano persino all’autocelebrazione, antitesi del buon senso, definendo se stessi eroici quando mai nessuno aveva neanche accennato a definirli tali.

Se avessimo veramente tutti questi eroi, probabilmente avremmo risolto il 95% dei nostri problemi. Eppure non riusciamo a farne a meno, siamo perennemente attratti, come se ne dipendesse il nostro destino, dal bisogno improrogabile di dispensare questa parola, divenuta, per cause dettate anche dalla pandemia, il nutrimento imprescindibile della collettività. La ricerca dell’eroe, però, non è mai stata un fattore negativo, anzi, ha sempre costituito quel nucleo grazie al quale la società ha sempre trovato lo stimolo per darsi forza e per progredire; l’eroe è sempre  stato colui che rinuncia a una parte di se stesso per donarla a degli ideali e di conseguenza alla comunità; è colui che in questa rinuncia è colpito dalla sventura, soffre ed è la sofferenza stessa che ne costituisce l’essenza e che lo rende degno della celebrazione. La storia italiana ne è piena, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Salvo D’Acquisto, sono solo alcuni esempi.

I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ammazzati dalla mafia per le loro indagini contro il malaffare.

Diversi invece gli eroi che ci stiamo scegliendo nella contemporaneità. Cosa rappresenta quella moltitudine di persone che ci piace tanto osannare? Difficile dare una risposta; il loro numero è talmente elevato, che il singolo perde valore e chi meriterebbe veramente di essere ricordato, svanisce, inghiottito dal disordine della massa. Così l’eroe, un tempo principio di un’estasi, raggiunta tramite l’immedesimazione nella sua sofferenza, degenera nell’illusione

L’eroe che deriva dall’illusione è un altro eroe e allo stesso modo, è un altro il pubblico che lo ammira: siamo immersi in un sogno piacevole, sublime, che resta in superficie, senza addentrarsi nelle insidie degli abissi; siamo consapevoli della sua irrealtà, ma non vorremmo mai distogliere lo sguardo e svegliarci; restiamo immobili, presi da un senso di armonia. Questa sensazione, resa possibile proprio in quanto illusoria, permette la contemplazione. Ma è una contemplazione effimera, priva di immedesimazione; non a caso assistiamo a un continuo scorrere di figure eroiche: un giorno uno, un giorno l’altro, quasi come ci dessimo dei turni. L’eroe dell’illusione è il protagonista delle opere omeriche, è l’eroe simbolo di quella società, molto diversa dalla nostra, che doveva ancora definire se stessa e che attraverso la perfezione dell’eroe ricercava la sicurezza mancante nella vita di tutti i giorni. E noi? Abbiamo veramente bisogno di questo tipo di eroe?

La risposta è no. Il punto è che l’eroe non deve essere perfetto. Il suo elemento umano ci permette di sentirlo nostro, di percepirlo emotivamente e di apprezzare fino in fondo le sue azioni. Se continuiamo a estraniare l’eroe dal contesto del mito, dell’emozione, del coinvolgimento e a portarlo in un mondo a sé, rischiamo di creare solamente un manichino, privo di forma, privo di sostanza e soprattutto privo di identità, manifesto di una società che vive di apparenze. L’eroe non deve essere una ricerca insaziabile della perfezione illusoria, una scelta tra diversi candidati che verranno presentati come non sono e che verranno elevati solamente per mostrare il bello, l’armonioso, senza però rappresentare nulla, ma deve essere il sentimento di una comunità, che, attraverso il mito, percepisce l’eroicità della persona nella sfida alle difficoltà e alle sofferenze che confluiscono in uno scopo comune più grande.

Quando siamo testimoni della leggerezza con cui viene utilizzato questo termine, dovremmo fermarci un attimo, dovremmo provare a riflettere meglio, abbandonare le superficialità e allo stesso tempo ricordarci di guardare dentro di noi, di indagare nel profondo quello che sentiamo e allora sì, creare i nostri eroi; perché non vi è cosa migliore, per identificare un popolo, che non quella di osservare gli eroi che esso celebra.

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