L’occhio scaltro e lungimirante di Jeff Bezos è onnipresente. Un uomo senza limiti, geniale e fortunato, incapace di concepire l’apice e sempre in cerca di nuovi orizzonti dove estendere la sua influenza; in un ventennio è passato dal vendere qualche libro on line all’essere il secondo uomo più ricco del mondo, portando Amazon dal valore azionario di 5,81 dollari, dell’ottobre 2001, fino ai 3200 del 22 gennaio 2021.

Jeff Bezos

La novità, l’intenzione di acquisire i diritti televisivi per la Serie A e per la F1, rappresenta solamente un piccolissimo tassello nell’immenso scacchiere dell’impero che si è costruito. Ormai tutto passa dalle sue mani, vendite on linefilm e serie tv attraverso la piattaforma “Prime Video”, programmi spaziali con il “Blue Origin”, giornali (è proprietario del Washington Post), supermercati della catena “Whole Foods Market”, farmacie e per finire, persino lo sport.

Quando si parla di Amazon, non è più possibile pensare di riferirsi solamente a una società, che, per ottenere un profitto, offre un prodotto o un servizio; da qualche tempo, specialmente in alcuni settori, ad esempio in quello dell’e commerce, è andata via via a costituire essa stessa il mercato. La pandemia, poi, ha dato il definitivo slancio verso l’alto e i dati lo dimostrano: nell’ultimo anno ha assunto più di 400.000 dipendenti, raggiungendo la cifra complessiva di 1.2 milioni, quasi come gli abitanti di Milano. Sono numeri che sicuramente fanno impressione e che allo stesso tempo non sono fini a se stessi. Proviamo a pensare cosa vuol dire, in termini di rapporto con gli enti governativi, dare da vivere a così tante persone. Il peso politico che Bezos ha raggiunto non è trascurabile e questo, quando si fa riferimento a leggi che tutelano la libera concorrenza e i consumatori, come l’antitrust, non è certo irrilevante.

La catena Whole Foods Market, acquisita da Amazon il 16 giugno 2017 per 14 miliardi di dollari

Se da una parte l’ascesa di Amazon ha comportato un monopolio in moltissimi settori, andando molte volte a inglobare aziende concorrenti, dall’altra ha anche permesso a piccole realtà di entrare nel mondo delle vendite on line, restando, però, sempre controllate e vincolate. Una delle accuse che viene mossa nei confronti del colosso americano, infatti, è proprio quella di sfruttare i dati sulle vendite dei prodotti di enti esterni presenti sulle sue piattaforme, al fine di migliorare i propri, proposti nella catena AmazonBasics, una selezione di prodotti ideati e costruiti dallo stesso Amazon. Stiamo parlando chiaramente di commenti di consumatori o anche semplici numeri di vendita, che vanno a influenzare quelle che saranno le strategie di marketing. 

Altro elemento su cui Bezos sembra essere costretto a fare chiarezza risiede nell’ambito del cloud, l’Amazon Web Services, di cui molti non conoscono l’esistenza, ma che rappresenta il 58% dei guadagni totali. Si tratta di un’azienda che fornisce servizi di cloud computing, usata sia nell’ ambito dell’amministrazione pubblica e sia dai privati. Anche in questo caso, vi è il sospetto, ancora da dimostrare, che Amazon sfrutti i dati degli utenti per avvantaggiarsi e per incrementare il proprio profitto.

La legislazione antimonopolistica, l’antitrust, di cui in Italia abbiamo avuto testimonianza lampante con la legge Bersani del 2 aprile 2007, attraverso la quale si mise fine a quegli accordi sottobanco, vigenti tra le principali compagnie telefoniche, che permettevano alle stesse di mantenere i prezzi elevati senza farsi concorrenza una con l’altra, farà gran poco. Questo perché nel nostro caso, il consumatore non è concretamente penalizzato dal monopolio e ne subisce gli effetti solamente con il vantaggio di poter comprare prodotti a prezzi molto più bassi rispetto ad altri offerenti, con una conseguente diminuzione di interesse pubblico sul tema. Poi l’internazionalizzazione, di cui società come Amazon sono l’esempio, rischia di rendere i provvedimenti presi dai singoli governi, visti i capitali e i lavoratori che vi sono in gioco, inefficaci o dannosi per la loro economia, se non considerati in una visione d’insieme, che, per quanto riguarda l’Italia, si tratterebbe evidentemente dell’Unione Europea; infine si può dire che l’affermazione di queste aziende è stata così rapida e inaspettata, che non ha permesso una reazione immediata e risolutiva, sempre differita e considerata smisurata rispetto al problema. 

Dopo la Champions League, Amazon potrebbe mettere le mani anche sui diritti della Serie A

Per ora, una scissione della società sembra essere lontana, ma qualcosa pare si stia muovendo, specialmente sul piano della privacy. L’amministrazione del nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha già annunciato un cambio di rotta rispetto al suo predecessore, promettendo delle azioni mirate sul tema. Probabilmente, i riferimenti fatti in merito, erano rivolti soprattutto ai colossi di Google e del gruppo Zuckerberg, ma, chiaramente, provvedimenti nei loro confronti andrebbero a ricadere sull’intera GAFAM.

Si rimane ancora nella sfera dell’eventualità, della possibilità e della tergiversazione, nessuno ha ancora dimostrato di voler fare qualcosa di concreto. L’Unione Europea, per il momento, si è limitata a raccogliere dati preliminari, per una “possibile” violazione dell’antitrust, ma dal novembre scorso, più nessuno sviluppo. Insomma, mentre Amazon continua la sua scalata inesorabile, coloro che dovrebbero vigilare, restano nella quiete, riverenti e forse spaventati dalle conseguenze. I prossimi anni saranno decisivi, si dovrà dimostrare di essere indipendenti rispetto alle grandi multinazionali, nonostante il loro potere sconfinato e l’influenza smisurata; perché, in caso contrario, rischiamo di perdere quel mercato basato sulla concorrenza dei piccoli e dei medi, in favore di una cerchia ristrettissima che gestisce il bello e il cattivo tempo, con effetti a lungo termine, vista l’unicità del contesto, che sono difficili da prevedere con certezza.

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