Sport e psicologia, binomio utile e possibile

Lo psicologo è importante perché rappresenta una figura di supporto e sostegno che sempre pronta ad aiutare in caso di necessità, anche nelle discipline sportive.

Abbiamo intervistato due psicologhe, in particolare, Mariella impegnata a supporto degli sportivi, mentre Jessica si dedica all’area infantile ed adolescenziale.

Entrambe ci hanno spiegato in cosa consiste il loro lavoro ed hanno risposto ad alcune delle nostre domande e dubbi. 

Innanzitutto, sfatiamo il mito che se vai dallo psicologo sei un “pazzo” poiché anche i grandi atleti ripongono la loro fiducia in queste figure. Voi cosa ne pensate? Nella vostra carriera da psicologhe avete mai avuto esperienze di atleti o persone in generale, che seppur avessero un chiaro bisogno di sostegno e supporto a livello morale hanno rifiutato di affidarsi ad esperti, come ad esempio lo possono essere gli psicologi sportivi?

Jessica: Questo è un pregiudizio universale, ossia che chi va dallo psicologo spesso è un “matto” ma non è assolutamente così, anche perché a volte avere un confronto o un supporto è utile. A volte ci sono delle situazioni che da affrontare da soli è difficile e in questi casi un’ aiuto è indispensabile.

Mariella: infatti, la psicologia è una disciplina molto ampia e poi ci si può specializzare in diversi campi. Essere psicologo è un titolo universale e poi dipende se si va ad approfondire gli studi in diversi campi, come può essere quelli sportivo. Talvolta, anche il contesto dello psicologo è utile per fare il “salto di qualità” in qualsiasi ambito come quello sportivo o imprenditoriale.

Quando uno psicologo sportivo si dedica ad un atleta lo deve seguire negli allenamenti e nelle competizioni oppure si tratta di una figura che lascia “libertà”?

Mariella: Lo psicologo sportivo è una figura molto versatile, poi ognuno adopera uno stile che più gli appartiene nel contesto lavorativo, per esempio alcuni hanno cambiato questa visione dello psicologo “standard” come ci hanno insegnato i nostri padri della psicologia, come Freud, altri si adattano alle situazioni e alle richieste degli atleti. Se ci sono alcuni atleti che preferiscono il fatto che il proprio psicologo venga vedere gli allenamenti o vada a vedere le gare, insomma si può trovare un accordo. 

Quali sono le principali differenze tra lo psicologo sportivo e il mental coach?

Jessica: Ci sono varie differenze, la prima è la preparazione e formazione, infatti si diventa psicologo dopo cinque anni di studi universitari e dopo aver sostenuto un tirocinio di un anno e poi aver svolto un esame di Stato che poi abilita la professione. Ogni regione ha il proprio ordine psicologi quindi, dove si può rintracciare lo psicologo e vedere se è effettivamente qualificato, mentre mental coach si diventa con un corso più breve, è anche vero che questa figura si occupa di tutto ciò che riguarda la mente sotto un aspetto di preparazione e allenamento. Il mental coach si ferma nel “qui ed ora” mentre lo psicologo va indagare e lavora su una sfera più ampia ed anche sulla quotidianità della persona o atleta.

Mariella: Tutto questo non preclude che uno psicologo possa essere anche mental coach, ma sono due lavori diversi.

Avere il supporto di una figura esterna, come lo psicologo sportivo, che  consiglia e che fa riflettere su noi stessi, è utile solo nell’arco di tempo in cui si svolge un’attività fisica oppure influisce e serve anche in quella che è la vita reale della singola persona?

Mariella e Jessica: Assolutamente confermiamo, anzi ribadiamo il concetto che lo psicologo ha il vantaggio che non si deve focalizzare solo sul raggiungimento del singolo obiettivo, ma lavora sul passato e sul presente della persona e non solo nel momento in cui sta male. 

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