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Il 27 gennaio scorso, sul social network Tik Tok, ha preso vita un’accesa discussione tra lo chef di fama internazionale Gordon Ramsay e un utente vegano, che lo ha attaccato per via del fatto che non si fosse ancora convertito alla sua dieta. Paradossalmente, questo teatrino è stato per giorni il prodotto più intrattenente che la piattaforma offrisse, ma non c’è nulla di cui stupirsi ormai.

Facendo un passo indietro, quello vegano è uno stile di vita ormai diffuso da molti decenni e che ha sempre mirato a diminuire lo sviluppo degli allevamenti intensivi e ad adottare una dieta che fosse anche sostenibile per il Pianeta Terra. Sono tutte motivazioni estremamente valide che anzi rendono quella vegana una scelta ammirevole, che richiede una buona dose di coraggio e determinazione. Sebbene la scienza sia ancora divisa per quanto riguarda i reali benefici che possa portare al corpo, coloro che adottano questa dieta rimangono comunque figure rispettabili che, dopotutto, decidono di mettere il futuro del nostro pianeta davanti alla pizzata del sabato sera.

Ovviamente però c’è da considerare anche l’altra faccia della medaglia: se da una parte si ha a che fare con uomini e donne sì che non si cibano di prodotti di origine animale, che rimangono fermi e convinti della propria scelta, ma che non disprezzano chi non ha la stessa opinione, dall’altra si può assistere a quella che inizialmente sembrava esserne una scarsa percentuale, ma sempre di più pare invece una considerevole parte della comunità vegana: si parla ovviamente dei famosi “nazivegani”.

Chi sono i nazivegani?

Una manifestazione vegana contro lo chef Carlo Cracco, reo di cucinare carne.

Con questo termine ci si indicano coloro che non accettano la dieta onnivora di gran parte della popolazione mondiale, considerano un assassino chiunque lavori o mangi la carne e non accettano un “no” come risposta. Essendo un paese dove imporre i propri pensieri sembra sempre di più essere naturale e, paradossalmente, democratico, questa è una corrente di pensiero che ha particolarmente attecchito in Italia; sono ormai molti anni che si sente parlare di tale questione e i nazivegani sono arrivati persino ad avere voce in capitolo nel contesto pubblico: molto noti ormai i dibattiti in televisione, i servizi che li vedono protagonisti di violazioni di proprietà private di allevamenti e la memorabile manifestazione alle porte di Radio 24, che si conclude con un’attivista nazivegana che rincorre lo speaker Giuseppe Cruciani. Facendo fatica ormai a distinguere tali episodi da quanto potenzialmente visibile in un film di Fantozzi, ci si chiede spesso se tali individui vadano presi sul serio o meno, ma i loro toni sempre accesi (e talvolta violenti) fanno pensare di sì. In sintesi, i messaggi che questo genere di persone vuole trasmettere sono estremamente negativi: definire ad esempio qualsiasi alimento di origine animale un “cadavere” è senza dubbio un’affermazione, da un punto di vista estremamente razionalista, esatta e innegabile, ma purtroppo non rappresenta la realtà, dato che non prende in considerazione il contesto, l’etica e i costumi del nostro paese, e non è altro quindi che un modo astuto per sorprendere e impaurire l’ascoltatore con parole che però, sotto sotto ne sono consapevoli persino loro, sono false: questo è inaccettabile e si chiama terrorismo.

Comandano le minoranze

Ciò che sorprende di più di questi temi è come siano stati progressivamente gonfiati a partire dai primi anni 2000, prima infatti la situazione era diversa. Questo non vuol dire che non esistessero vegani o vegetariani, anzi erano già molto numerosi, ma ciò che è cambiato è proprio il rapporto del mondo esterno in relazione con le minoranze. Si sa, oggigiorno è rischioso dire di preferire il cioccolato bianco rispetto a quello fondente, ma non è sempre stato così: se oggi un’improvvisa ondata di falsa empatia ha invaso il mondo intero fino a soffocare completamente la libertà d’espressione, ieri qualsiasi prodotto, persino il più spinto, veniva analizzato con uno sguardo più lucido e, soprattutto, meno influenzato. Prendendo in considerazione il mondo artistico (musica, cinema…) si può per certi aspetti dire che le carte in tavola si siano invertite, e che quindi i tabù di una volta siano diventati normalità oggi, e viceversa. Se infatti in passato i temi destinati ad un’inevitabile censura erano quelli che toccavano la sfera sessuale, oggi quello stesso aspetto è stato apertamente sdoganato, e d’altro canto se ieri la tutela delle minoranze era pressoché inesistente, oggi è stata portata al suo estremo; in ogni caso, sia il passato che il presente commettono errori: dare voce a chiunque la desideri sta alla base della democrazia, e le minoranze non devono fare eccezione, anzi.

Il caso di Cannibal Holocaust

Deodato sul set di Cannibal Holocaust

Una testimonianza della totale noncuranza passata su certi ambiti (o semplicemente di una mentalità diversa) è un genere cinematografico che andò molto in voga specialmente tra gli anni ’80 e ’90, che non si può in realtà catalogare con un nome ben preciso ma che si può definire un ramo del cinema horror, con la caratteristica però di essere estremamente crudo e violento, con scene che per i più deboli di stomaco risultano seriamente disturbanti. Questo genere molto particolare approdò anche in Italia, dove il suo principale portavoce si è rivelato essere il regista Ruggero Deodato, il cui capolavoro è considerato Cannibal Holocaust, film uscito in tutte le sale nella primavera del 1980 e il cui titolo preannuncia il tipo di esperienza visiva che offrirà. La pellicola rispetta a tutti gli effetti le caratteristiche che prevede questo genere, con scene talmente violente e con effetti speciali, per l’epoca, talmente all’avanguardia che si arrivò al punto di accusare Deodato di aver effettivamente ucciso parte degli attori. Tuttavia le scene che fecero più scalpore furono quelle durante le quali venivano uccisi animali veri (celeberrimo l’episodio della tartaruga), con tanto di dettagli da voltastomaco. Non mancarono quindi le (giustificatissime) critiche degli animalisti, ma la risposta del regista fu forse tanto cruda quanto la sua sceneggiatura, infatti Deodato rispose che degli animali non si fosse buttato via nulla, e che venivano mangiati dalla troupe stessa. Una risposta di questo genere lascia intendere benissimo come venissero prese poco sul serio all’epoca le opinioni di community più ristrette, aspetto di cui non bisogna assolutamente vantarsi. Come già detto, la situazione oggi è capovolta. In un contesto del genere dunque un film come Cannibal Holocaust sarebbe mai approdato sul grande schermo?

Paradossi moderni

La risposta è tanto chiara quanto scontata: no. Questo di certo non è sbagliato, anzi sarebbe una scelta più che rispettabile, ma d’altro canto si può dire che forse si è sorpassato il limite: dall’essere completamente ignorate, oggi a giudicare se un prodotto è tollerabile o meno sono le minoranze stesse, e spesso questo non solo porta ad un appiattimento generale, ma soprattutto a rendere offensivo ed eticamente scorretto ciò che in realtà non mira affatto ad esserlo.

La locandina di Cannibal Holocaust

Anni fa fenomeni come Cannibal Holocaust prendevano piede perché vigeva la consapevolezza che, oltre a scandalizzarsi, una minoranza non aveva il potere e il supporto per spingersi oltre, e soprattutto perché non era ancora diffusa la stessa falsa socievolezza che invece governa oggi. Perché nel 2021 una persona vegana deve far sapere al mondo di esserlo? Questo bisogno costante di ricordare al prossimo la propria esistenza è chiaramente figlio del nostro tempo, ed è stato alimentato da quegli stessi mezzi che, sebbene nati per avvicinare le persone, non hanno fatto altro che far dilagare la solitudine. Non c’è da meravigliarsi dunque di episodi come l’ultimo che ha visto protagonista Gordon Ramsay: non bisogna tanto preoccuparsi di un faceto video su Tik Tok, bensì del fatto che quello stesso video sia arrivato a migliaia di persone, e che su questo stesso fatto giornalisti scrivano articoli.

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