Un anno fa, mentre in Cina il virus dilagava e uccideva centinaia di persone al giorno, qui in Italia dominavano calma ed ingenuità, convinti che il Covid non avrebbe mai colpito l’Occidente o che, se l’avesse fatto, sarebbe stato “non più di una leggera influenza”. E invece, esattamente il 20 febbraio 2020, l’Italia ha annunciato il primo caso di questa malattia: Mattia Destri, il paziente 1 di Codogno, luogo del primo focolaio.

Dopo esattamente un giorno, purtroppo, si è registrato il primo morto: è stato il 21 febbraio infatti l’ultimo giorno di scuola “normale” per i ragazzi, ignari che non sarebbero più tornati in quell’edificio senza restrizioni e mascherine, nonché uno degli ultimi in cui si poteva girare tranquilli per le strade senza autocertificazione.

Anche il resto del mondo ha tentato così di riparare l’irreparabile bloccando tutti i voli da e per la Cina, comunque con scarsi risultati: è stato proprio in questi ultimi giorni di febbraio che, un anno fa, il Covid ha iniziato ad entrare a far parte della nostra quotidianità, creando caos, panico e allarmismi.

La Lombardia è stata la prima regione ad affrontare la crisi sanitaria seguita da Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna, ma a macchia d’olio il virus ha iniziato a diffondersi in tutta la penisola: esattamente otto giorni dopo l’Italia è stata costretta a fermarsi annunciando un totale lockdown per oltre 60 milioni di persone.

Un anno, 2.780.882 casi e oltre 95 mila vittime dopo, il virus continua a dilagare tra di noi, minacciando una quasi totalità di zone arancioni in Italia.

È infatti in peggioramento il quadro epidemiologico di queste ultime giornate di febbraio: l’RT continua a salire e le varianti, soprattutto quella inglese, iniziano a diffondersi sempre con più rapidità. Una delle ipotesi del Governo è infatti quella di portare tutta la Nazione in zona arancione e indire un lockdown leggero al fine di contrastare i contagi e di piegarne la curva, alzatasi minacciosamente a a causa dei numerosi assembramenti in occasione di Carnevale e San Valentino.

«Lo scenario è in peggioramento. Per la terza settimana consecutiva abbiamo un incremento dell’incidenza e dell’RT. Ciò richiede misure di mitigazione e attenzione perché la circolazione di varianti, sia di quella inglese (che diventerà dominante), sia di quella brasiliana (presente nel Centro Italia), sia di quella sudafricana (di cui conosciamo pochi e piccoli cluster di importazione), impongono di continuare con la prudenza indossando sempre la mascherina e mantenendo le distanze. Siamo più preparati rispetto a marzo 2020, ma la situazione non può sfuggirci di mano.» ha dichiarato il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro.

Anche l’ambito scuola è attualmente in bilico: mentre di questi tempi, un anno fa, era appena arrivata la comunicazione di una chiusura temporanea (che poi si è rivelata definitiva), ora una DaD al solo 50% fa sperare in un possibile miglioramento della situazione. A deludere le aspettative di ragazzi e docenti arriva Italo Farnetani, pediatra e docente presso la Libera Università Ludes di Malta, che si è detto favorevole ad un’ulteriore chiusura di tutti gli istituti per tre settimane.

In questo modo, a suo dire, si faciliterebbe la vaccinazione del personale scolastico e si contribuirebbe all’abbassamento della curva dei contagi.

«Ritengo giustificato l’innalzamento delle azioni di prevenzione per limitare la diffusione di Covid-19, soprattutto alla luce del rischio di maggior circolazione della variante inglese, in attesa del vaccino che sarà la soluzione per uscire dalla pandemia. Per questo, pur essendo sempre stato un fautore della promozione del diritto alla scuola, ritengo che purtroppo in questo momento le scuole vadano completamente chiuse: per tre settimane creerebbe disagio, ma non danni psicologici permanenti. Il rapporto costo-benefico, inoltre, sarebbe vantaggioso» ha spiegato l’esperto.

«Sappiamo inoltre che la variante inglese ha una maggior capacità infettante, pertanto c’è una maggior probabilità di contagio. Nei minori e nei giovani prevalgono le forme asintomatiche, perciò è inevitabile che si diffonderà con molta facilità.» ha concluso.

Alla luce di queste osservazioni si può senza dubbio dire che, sebbene sia passato esattamente un anno dalla prima quarantena, la situazione Covid-19 è ancora critica e piuttosto difficile da gestire: tenere duro e rispettare le restrizioni sono le uniche cose che ci permettono di sperare in un veloce ritorno alla vita normale.

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Maria Di Guida
Dopo la scuola media, ho seguito la mia passione per la storia e la letteratura decidendo di cimentarmi nel liceo classico. Da 12 anni coltivo l’amore per la musica classica: suono infatti il pianoforte fin da bambina, riuscendo anche, nel giugno 2016, ad essere ammessa al conservatorio di Verona come terza classificata. Ho giocato a calcio da prima punta per un paio d’anni, ma purtroppo a causa dei troppi impegni ho dovuto fermarmi. Sono nata a Verona ma la mia famiglia è napoletana: Napoli è la mia seconda casa e adoro ritornarci ogni anno. Non è infatti un caso che io sia fin da piccola una super tifosa della squadra partenopea. Non ho particolari idee per il mio futuro, credo però che, finito il liceo, mi piacerebbe molto intraprendere un percorso di medicina, dato che mi affascina molto.

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