La storia del cinema, lo sappiamo, è fitta di continui aggiornamenti, miglioramenti, mutamenti. Le evoluzioni riguardano anzitutto la narrazione, il modo di raccontare e di svolgere trame e contenuti, ma non solo: il 1967 è l’anno di grazia della cosiddetta New Hollywood, intesa come ufficiale ingresso della cinematografia statunitense nella modernità. Con lo sviluppo del Coronavirus, anche questo settore è stato costretto ad evolversi per portare nelle case dei telespettatori passione, sentimento, gioia e tutte quelle emozioni che attraverso le rappresentazioni cinematografiche impariamo a conoscere.

I celebri cloni di STAR WARS

Ma cosa si intende con New Hollywood? Si intende, essenzialmente, una presa di coscienza: dal 1977, anno del primo mitologico Star Wars di Lucas, si inizia infatti definitivamente a parlare di effetti speciali, di simulazione di eventi impossibili da rappresentare in modo tradizionale. Un nuovo e diverso modo di intrattenere il pubblico, dunque, che procede di pari passo con le innovazioni tecnologiche, rendendo sempre più indistinguibile la realtà dalla finzione, intrattenendo il nostro sguardo.

L’evoluzione del settore cinematografico, dell’intrattenimento e più in generale dei media da anni cerca di riempire e caratterizzare tutti i canali di opere audiovisive i cui film, serie, cortometraggi e webseries saranno sempre più indistinti. Viviamo già in un mondo di schermi connessi, compresi quelli del cinema, e il modello economico che permetterà il finanziamento della produzione dei contenuti sarà dato da varianti diverse del “video on demand”. Anzi, dell’on demand in generale, visto che il fenomeno riguarda anche la musica, l’informazione, lo sport, ogni tipo di contenuto digitale. Questo esito è scontato dal momento in cui la rete, intesa come logica di trasmissione di informazioni digitali e non come cavi, ha preso il posto dell’etere e dell’analogico. Subscription, advertising, premium price saranno combinate in modo da riconoscere il valore di mercato di questi prodotti “intangibili”, compresi i videogiochi, che soddisfano il nostro umano bisogno di “storie”.

Avremo quindi contenuti brevi o lunghi, singoli o seriali, pensati per il piccolo, medio o grande schermo, lineari o interattivi. In questo nuovo equilibrio conserverà un suo posto anche il cinema perché resterà sempre unico e irripetibile, almeno fino a quando al nostro cervello connesso in rete non potrà essere trasmessa un’esperienza sensoriale virtuale completamente artefatta, l’esperienza della visione in una grande sala cinematografica.

Questa evoluzione avrebbe dovuto continuare ad avvenire in modo lento e progressivo, dando alle economie di produzione e distribuzione, tra cui televisioni e cinema, il tempo di adeguarsi. Startup avrebbero dovuto trovare nuove formule e provare nuovi formati, aziende che hanno saputo per prime lanciare i nuovi contesti avrebbero dovuto imparare a produrre contenuti rilevanti, chi invece produce cinema e grande audiovisivo da sempre avrebbe dovuto trovare i contesti più adeguati e i cinema si sarebbero gradualmente dovuti integrare in questo ecosistema, con nuovi modelli economici. In dieci anni saremmo arrivati ad un mercato fatto da alcune grandi piattaforme di distribuzione dei contenuti su tutti gli schermi connessi, con i migliori nuovi film e serie capaci di ottenere un premium price e di essere visti anche sul grande schermo di cinema perfettamente integrati in questo ecosistema.

La trasformazione non sarebbe stata “indolore” per gli attori che occupano oggi questo mercato, come dimostrano anche le grandi concentrazioni di aziende degli ultimi anni, ma tutto sommato si tratta di un settore che non avrebbe sofferto una contrazione, e ci saremmo trovati di fronte a una costante espansione. L’attuale crisi rischia invece di rendere questo passaggio molto più traumatico di quanto non sarebbe stato. Non si sa quanto l’industria cinematografica possa resistere alla chiusura dei cinema e se sarà possibile tornare ai livelli precedenti in un mondo in cui la vicinanza sociale potrebbe essere un prezzo che si è disposti a pagare solo per beni e servizi necessari. La crisi però sta già compromettendo l’equilibrio di molti operatori e inevitabilmente ci troveremo di fronte ad un mondo diverso.

La scontata considerazione per cui più dura questo periodo più potrebbe essere difficile tornare alla normalità, dovrebbe spingerci ad usare il tempo che abbiamo a disposizione per pensare a quello che si può fare per essere già sulla traiettoria del nuovo equilibrio. Le grandi crisi hanno un unico pregio che è costringerci a concentrarci sull’essenziale, preservare le scintille che possono riavviare il sistema e metterle in grado di far ripartire motori che un po’ ovunque si stanno fermando. Una attenzione che andrebbe portata ben oltre i problemi della fabbrica dei sogni.

Gli 11 film più innovativi che hanno caratterizzato la storia del cinema

Innovazioni cinematografiche recenti

C3PO

Quando il 22 marzo del 1976 iniziarono in Tunisia le riprese di Guerre Stellari (Star Wars), un violento temporale allagò e distrusse il set, mettendo seriamente a rischio quello che poi sarebbe divenuto il film dell’anno, del secolo, dell’eternità! A oltre 40 anni di distanza e dopo i miliardi di dollari che sono stati incassati da George Lucas, sul set della nuova serie tv The Mandalorian, in onda su Disney+, che ha riproposto l’universo stellare dopo la fine della serie cinematografica, non si rischia più di incorrere in accidenti meteorologici, né si costringono attori o troupe a condizioni di lavoro disagevoli che zone come quella desertica potrebbero provocare. Le riprese, infatti, sono state effettuate in gran parte in un teatro di posa e gli sfondi, i panorami e le ambientazioni sono immagini che appaiono sul videowall semicircolare chiamato Stagecraft, alto sei metri e largo ottantadue, fatto di pannelli Led.

Attori clonati

Una scena da THE MANDALORIAN

Ma Stagecraft è solo una delle innumerevoli tecnologie che stanno portando il cinema ad evolversi. Un altro ambito in cui sono stati effettuati passi da gigante è stata la clonazione dei volti e delle espressioni degli attori, usata per diventare personaggi digitali. Un tempo, come dice Paul Debevec, vincitore di due Oscar, il volto dell’interprete veniva scansionato e fotografato da ogni possibile punto di vista e condizione di luce. Gli attori, quindi, recitavano su un set indossando marcatori riflettenti sul volto che, ripresi con cineprese a infrarossi, immagazzinavano i movimenti facciali e costituivano la base su cui schiere di animatori al computer ne ricreavano la performance. Oggi tutto il lavoro è in gran parte eseguito dall’intelligenza artificiale, che ricrea il volto con una perfezione inimmaginabile.

THE MANDALORIAN

La stessa tecnologia si usa per ricreare da zero da parte dei registi scene, immagini o storie, avendo soltanto l’immagine del protagonista, attraverso l’uso del computer. La medesima tecnica è stata sfruttata per ringiovanire gli attori, come è accaduto sul set del film The Irishman con Robert De Niro e Al Pacino e con Will Smith in Gemini man. Oltre a permettere di ringiovanire un attore, la tecnologia può anche essere usata per far recitare una star defunta: la così chiamata resurrezione artificiale, come in Star Wars per il personaggio di Leila o con Peter Dushing in Rogue One, sempre appartenente alla saga di Guerre Stellari, sarà ora al centro di Finding Jack, pellicola in lavorazione che sarà interpretata da James Dean, morto nel 1955.

Questo spiega perché nuovi boccioli di Hollywood si rechino in appositi studi per creare una replica digitale di sé stessi da utilizzare in futuro, anche dopo la propria morte. Ogni nuova tecnologia, infatti, è spesso la scusa per creare innovazioni in grado di far avanzare il cinema e dare ai registi la possibilità di riempire i teatri. In una situazione in cui gli strumenti digitali e l’intelligenza artificiale consentono di ricreare e manipolare personaggi, oggetti, ambiente, bisogna domandarsi quale possa essere l’ultima frontiera da esplorare.

Will Smith spiega come sono state eseguite le riprese di Gemini Man

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Camilla Fezzi
Amo il mio nome, dotato di una duplice sfaccettatura: dolce e affettuosa, ma, al contempo, forte e decisa. Mi chiamo Camilla e il mio carattere rispecchia questa duplicità. Amo scrivere e leggere romanzi, anche storici, perché possono farci vivere momenti di vita passata da non dimenticare. Però i libri fantasy e di fantascienza mi hanno aperto le ali della fantasia, portandomi a trovare sublime anche la più minuziosa descrizione. Amo l’aria aperta, vivere ciò che può essere vissuto, percepire il vento sulle guance e i raggi solari che si intrecciano alle ciglia. Mi piace l’attività fisica: da cinque anni pratico tennis, seppur la mia carriera sportiva nasca con la danza classica e la pallacanestro. Suono il pianoforte che, al pari di me, è dotato di note alte e basse, tasti bianchi e neri. Apprezzo tutte le materie nelle loro diversità: da quelle umanistiche centrate sul pensiero, la filosofia e l’animo umano fino a quelle scientifiche che con numeri e formule ci portano alla statistica, al concetto illuminista e alla ragione. Avere 15 anni vuol dire trovarsi nell’inquieta adolescenza, da attraversare e vivere cercando di trovare ogni giorno la sfaccettatura migliore.

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