Orche, animali ad alto rischio di estinzione

Negli ultimi anni diversi strumenti innovativi, creati in ambito scientifico e medico, sono stati utilizzati per monitorare lo stato di salute delle biodiversità animali genetiche, per salvare le specie in estinzione, combattere il bracconaggio o ripristinare i diversi habitat distrutti dagli uomini. Qualcuno l’ha chiamata rivoluzione tecno-ecologica e alcuni, addirittura, la considerano una nuova disciplina, la tecnoecologia, definita da Blake Allan, ricercatore e scienziato del Center for Integrative Ecology della Deakin University in Australia.

Panda, tipico della zona orientale asiatica, negli ultimi anni, a forte rischio di scomparire.

L’obiettivo applicato per questa evoluzione tecnologica è, sicuramente, elevato: un milione di animali e specie rischiano l’estinzione, di cui la metà è priva di habitat per sopravvivere ancora per lungo tempo. Quasi trecento milioni di ettari di foreste native sono scomparsi negli ultimi trenta anni: la maggior parte sono foreste tropicali, dove si concentrano i massimi insiemi di ecosistemi e, quindi, biodiversità, del pianeta. Soltanto il 13% degli oceani e il 23% delle terre emerse sono privi di significativi impatti della presenza dell’uomo. La salute della Terra, ormai, è assai preoccupante.

Dalle radio alle strutture satellitari

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Gli sforzi che sono stati effettuati per “rafforzare” la natura sono stati significativi e i risultati che si sono verificati tangibili. Fin dal 1970, infatti, si è cominciato ad utilizzare mezzi tecnologici per raccogliere informazioni sulla posizione e sugli spostamenti degli animali. All’inizio si faceva con enormi radio dette VHF, attaccate a mammiferi e uccelli di diverse specie per mezzo di collari o zainetti posti sul corpo degli animali, ma l’evoluzione, al giorno d’oggi, ha portato a usare trasmettitori satellitari in miniatura.

Tartaruga marina, anche essa assai rara a causa della pesca e del bracconaggio.

Si tratta di dispositivi che sono in grado di fornire con estrema precisione la posizione e per di più sono dotati di sensori per il rilevamento del comportamento e dei caratteri fisiologici dell’animale, e di informazioni sull’ambiente circostante, come temperatura, acidità, tasso di umidità e clima. Questi, sono tutti dati scaricabili attraverso Internet, da sedi e posizioni distanti dal luogo considerato.

Le nuove possibilità di geolocalizzare gli animali hanno permesso anche la sperimentazione di sistemi avanzati di protezione come la ”recenzione virtuale”, ideata per proteggere i condor che abitano la California, minacciati di estinzione, a causa degli impatti letali dovuti alle pale eoliche. Si stima, infatti, che nel Nord America le centrali eoliche abbiano ucciso fino a 368 mila volatili l’anno. Ora, grazie a queste straordinarie innovazioni, quando un animale si avvicina troppo alle turbine, la rete di sensori che le circonda riceve il segnale inviato da un trasmettitore Gps fatto indossare agli animali e invia un SMS di allerta: in questo modo le turbine si spengono autonomamente fino a quando l’animale non si è allontanato dalla zona pericolosa.

DRONE SEMINATORE

 Non meno rivoluzionario è stato l’avvento dei droni, usati in ambito ecologico e naturale già da un decennio. Da quelle prime esperienze è nata un’organizzazione no profit che dà supporto tecnico per la costruzione di questi strumenti, dal punto di vista artigianale, denominata “ConservationDrones.org”, che cerca di dare aiuto soprattutto ai Paesi in via di sviluppo.

Questi velivoli consentono di esplorare ambiente che l’uomo non riuscirebbe a raggiungere, con risultati eclatanti: nel 2019, sull’isola dell’arcipelago Hawaiano di Kauai, è stata ritrovata una pianta dagli splendidi fiori gialli ritenuta estinta da molti anni. In Malesia, invece, droni equipaggiati con termocamere a infrarossi hanno censito il 50% in più di nidi di orango, facendo voli sulla chioma degli alberi. Ma non è tutto!

Velivoli telecomandanti sono stati utilizzati anche per progetti di riforestazione: sono i “droni seminatori”, sviluppati da diverse e innumerevoli società, tra cui i canadesi di Flesh Forest. Gli apparecchi sono in grado di sparare nel terreno microzolle di terre contenenti un seme già evoluto, al ritmo costate di uno al secondo, seguendo in modo autonomo un percorso predefinito. In una area a nord della città canadese di Toronto, distrutta sfortunatamente da un incendio boschivo, i velivoli sono riusciti a risanare la zona piantando quaranta mila alberi. Nel 2020 ne hanno piantati centinaia di migliaia.

Analisi del DNA per tutti

I recenti progressi hanno profondamente modificato anche il modo di affrontare le minacce alla biodiversità, anche usufruendo di soluzioni che hanno fatto parecchio discutere: dalle riproduzioni 3D artificiali di corni di rinoceronte, da immettere a basso costo sul mercato per combattere il bracconaggio, fino addirittura alla ipotesi della de-estinzione, ovvero inserire porzioni di DNA appartenenti a specie estinte, come i mammut, in specie viventi come elefanti per riportarli in vita.

 Al di là di questi progetti fantascientifici e assai azzardati, la genetica ha reso possibili progetti incisivi contro il bracconaggio. Un esempio è il DNA barcode scanner, recentemente sviluppato dalla società americana Conversation X Labs: un mini-laboratorio portatile e di facile utilizzo, grande poco più del telecomando di una tv, che in pochi minuti è in grado di identificare una specie animale o un vegetale a partire da un piccolo frammento di tessuto.

Un’arma straordinaria per contrastare il traffico illegale di fauna e di flora, anche per chi non sia un tecnico di laboratorio. Le immagini satellitari ad alta risoluzione hanno permesso di monitorare le specie negli ambienti aperti e vasti, come le colonie della specie pinguino imperatore in Antartide, censite dal British Antarctic Survey con uno stratagemma: contando gli accumuli di escrementi sulla superficie nevosa. Con questo sistema assai spartano, gli scienziati hanno censito 61 colonie rispetto alle 50 già conosciute.

A distanza più ravvicinata, invece, le fotocamere automatiche hanno reso possibile monitorare animali rari e sconosciuti. Come le centinaia di foto-trappole piazzate nel 2010 nel Serengeti National Park, in Tanzania. Hanno scattato oltre a un milione di fotografie, tanto che per classificarle è stato necessario coinvolgere oltre 19.000 volontari provenienti da tutto il mondo, che sono riusciti a classificare oltre 113mila specie animali.

TOPHER WHITE

Ma le fotocamere non sono gli unici strumenti utilizzati al giorno d’oggi per monitorare la natura: durante una permanenza, un ingegnere americano, Topher White, nell’area protetta del Borneo, ha riadattato alcuni telefoni cellulari per analizzare i suoni della foresta, avvisando i ranger nel caso in cui possano venire rilevate frequenze sonore utilizzate per il disboscamento.

«Le soluzioni tecnologiche sono ormai diventate indispensabili per il nostro lavoro. Le circostanze sono favorevoli per l’inizio di una nuova era, in cui chi si occupa di conservazione dell’ambiente si trasformi da consumatore di tecnologia a leader dell’innovazione, contribuendo allo sviluppo di soluzioni innovative pensate appositamente per lo scopo e non riadattate ad altri campi».

MARTIN WIKELSKI, mentre applica un trasmettitore a un’ara dalle ali rosse

Queste le parole di Oded Berger-Tal e Josè Munfort, del Conservation Technology Working Group. Proprio verso questa direzione va il dispendioso progetto Icarus, una collaborazione internazionale tedesca, il cui obbiettivo è dotare 100 mila animali di micro-trasmettitori satellitari. Così sarà possibile sapere in tempo reale tutti i loro spostamenti e rotte migratorie e anche la diffusione di eventuali malattie infettive.

Le tecnologie stanno aprendo prospettive impensabili anche per la natura fino a pochi decenni fa. «Se siamo diventati abbastanza potenti da cambiare l’intero Pianeta, abbiamo, allora, anche la forza di ridurre l’impatto, per lavorare con la natura e non contro di essa» dice il naturalista David Attenborough. Ma i passi da compiere sono ancora molti: vanno, infatti, rese accessibili anche ai Paesi poveri e meno aggiornati. La salute del Pianeta, insomma, dipenderà anche da quando faranno i governi, le istituzioni e i singoli cittadini.

Un video che ci ricorda quanto la natura sia importante e come tutti noi dobbiamo preservarla

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Camilla Fezzi
Amo il mio nome, dotato di una duplice sfaccettatura: dolce e affettuosa, ma, al contempo, forte e decisa. Mi chiamo Camilla e il mio carattere rispecchia questa duplicità. Amo scrivere e leggere romanzi, anche storici, perché possono farci vivere momenti di vita passata da non dimenticare. Però i libri fantasy e di fantascienza mi hanno aperto le ali della fantasia, portandomi a trovare sublime anche la più minuziosa descrizione. Amo l’aria aperta, vivere ciò che può essere vissuto, percepire il vento sulle guance e i raggi solari che si intrecciano alle ciglia. Mi piace l’attività fisica: da cinque anni pratico tennis, seppur la mia carriera sportiva nasca con la danza classica e la pallacanestro. Suono il pianoforte che, al pari di me, è dotato di note alte e basse, tasti bianchi e neri. Apprezzo tutte le materie nelle loro diversità: da quelle umanistiche centrate sul pensiero, la filosofia e l’animo umano fino a quelle scientifiche che con numeri e formule ci portano alla statistica, al concetto illuminista e alla ragione. Avere 15 anni vuol dire trovarsi nell’inquieta adolescenza, da attraversare e vivere cercando di trovare ogni giorno la sfaccettatura migliore.

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