Il politico, all’interno di un paese democratico, è una figura chiave che rappresenta gli interessi dei cittadini all’interno delle istituzioni. È una specie di manager pubblico che si occupa di ascoltare, rispondere e dare soluzioni ai cittadini in modo da risolvere i problemi legati al territorio comunale, regionale, nazionale oppure problemi internazionali. In Italia l’astensionismo negli anni passati è stato abbastanza notevole, probabilmente anche per una certa sfiducia del cittadino nei confronti della politica e del politico che i media e i quotidiani nazionali tratteggiano molte volte in modo grottesco. Abbiamo chiesto allora a Stefano Valdegamberi, consigliere regionale veronese, già assessore ai servizi sociali, residente a Badia Calavena, comune di cui è stato anche sindaco, di definirci la figura del politico, raccogliendo così molti spunti per chi, in futuro, sogna di sedere sullo scranno del parlamento italiano o di sedersi a faccia a faccia con Bruno Vespa.

Oggi i politici non sono visti di buon occhio per tanti motivi, ci può spiegare perché?

Non sono visti di buon occhio perché magari non si sa neanche cosa fanno esattamente. I politici sono lo specchio della società attuale, c’è il buono, il meno buono, c’è di tutto, e dipende anche dallo spirito con il quale una persona fa la politica. Non è un contesto semplice quello in cui si muovono. Se pensiamo anche come spesso la gente brontola, si lamenta per cose anche futili… La gente vuole vedere risposte immediate, e molto spesso io ho trovato dei politici che hanno maggiore buon senso della media della popolazione. Quindi non è vero che i politici siano sempre quelli peggiori.

Cosa significa fare il politico?

Essere o fare il politico significa avere passione per il bene comune, per cercare di risolvere i problemi, dettare delle linee di indirizzo (poi dipende anche a che livello: livello legislativo, livello amministrativo…), cercare di gestire al meglio la cosa pubblica, il bene comune, per la convivenza tra le persone. È un compito non semplice. È un compito molto impegnativo di grande responsabilità, che impegna, per chi lo fa seriamente, molto tempo. Io sono politico ventiquattr’ore su ventiquattro, prima di mezzanotte se mi arriva un messaggio di una persona che si pone un problema, io mi sento in dovere di rispondere e cercare di dare una risposta o di ascoltare dei consigli per fare una buona legge o fare dei provvedimenti che possono risolvere un determinato problema. 

Perché la gente si lamenta della politica?

La gente si lamenta della politica però molto spesso si allontana dalla politica. Oggi è difficile trovare chi vuole impegnarsi a fare il sindaco, a fare il consigliere in un piccolo comune o in un grande comune; la gente fugge perché fare il politico significa poi dover impegnarsi, tralasciare il tempo libero per le cose private e dedicarsi a tempo pieno per le cose pubbliche.  Inoltre la politica non è così come appare. Oggi la politica viene spesso valutata per gli slogan, per ciò che dice, per la battuta in televisione, perché c’è bisogno dell’effetto immediato, ma non si vede il lavoro che sta dietro alle quinte, le giornate passate in commissione a studiare una legge, il confrontarsi sul territorio, ascoltare le categorie, sentire i problemi delle persone, dare risposte; quindi non vedono il lavoro dietro alle quinte che è il novantanove per cento di quello che invece non appare, per chi lo fa seriamente, chi non lo fa seriamente certamente si disinteressa. 

C’è qualcos’altro che distanzia le persone dal fare politica?

Certo, abbiamo una politica e un sistema elettorale che oggi, a parte le regionali e le amministrative, a livello del parlamento italiano non si va per merito, ma si va per raccomandazione; nel senso che tu entri in un partito, sei segnalato dal partito e se ti mettono nelle prime posizioni vai a Roma, se ti mettono nelle ultime posizioni tu non ci vai. È una politica che premia le persone che in genere sono più accondiscendenti con i leader, con i capi. Chi ragiona con la propria testa e una certa autonomia e magari delle volte critica il capo anche in senso positivo per migliorare le risposte da dare, viene messo da parte. Quindi, forse in questo, il parlamento non è che risponda appieno al criterio di selezione meritocratica, però a livello locale la cosa è diversa. Le persone possono giudicarti, i cittadini e gli elettori possono giudicarti e quindi in base a quello che pensano e vedono del tuo operato ti premiano o no con il voto. 

Ci può fare un esempio?

Molte volte si dice che il politico dovrebbe fare quello, questo, dovrebbe rispettare le leggi…poi, nella mia lunga esperienza spesso mi sono accorto che i primi a chiedere a un politico di fare delle preferenze, di avere una raccomandazione, di essere segnalato, di poter fare una forzatura sulle leggi sono spesso i cittadini, e certe volte i cittadini, se tu non li ascolti, li perdi al momento del voto. A volte perdi anche l’amicizia. Dunque bisogna stare attenti a giudicare perché i politici sono nientemeno che lo specchio della società e spesso le persone li guardano con invidia, più che con voglia di migliorare, però una volta che questi cittadini hanno preso il posto del politico, non so se si comporterebbero allo stesso modo o peggio. 

Il consigliere regionale Stefano Valdegamberi.
Il consigliere regionale Stefano Valdegamberi.

Dice che non è facile trovarsi dove si trova lei?

Io vedo che molti di quelli che criticano i politici, al loro posto farebbero sicuramente peggio come comportamento etico, quindi bisogna stare molto attenti perché spesso la gente giudica per opportunismo; poi ovviamente ci sono anche le persone perbene che apprezzano il lavoro che un politico fa, non scambiano mai l’interesse pubblico per quello privato e quindi ci sono anche questi casi. Però, molto spesso, io ho trovato nella mia esperienza persone che magari si lamentano dei politici ma chiedono al politico l’eccezione per loro stessi. 

La politica è una missione o una professione?

Purtroppo, diventa molto spesso una professione per molti. Io dico sempre che se vuoi fare politica, prima ti trovi un lavoro, lavora, abbi la tua autonomia, perché se tu la fai da persona che ha comunque possibilità di avere un altro reddito la fai in maniera più libera e non sei costretto a fare lo “yes man” di turno; perché poi, se tu vuoi essere candidato e vuoi fare carriera devi sempre dire di sì, e per dire sempre sì non sei più una persona libera; se magari c’è qualcosa di sbagliato e tu vorresti dire di no, non lo puoi fare. Quindi io dico sempre che chi vuole fare politica prima deve sistemarsi, lavorare, creare qualcosa, e poi fare politica; non fare il politico di professione. Io sono contrario a questo.

C’è chi invece lo fa di professione.

Purtroppo in Italia abbiamo tantissime persone, tantissimi parlamentari che il primo stipendio l’hanno preso da parlamentare senza mai aver lavorato prima, soprattutto nelle giovani generazioni, e negli ultimi anni ancora peggio di un tempo. Se io vado a vedere le dichiarazioni dei redditi di persone a livello regionale ma anche nazionale, vedi che il primo reddito della loro vita è quello di politico, e quindi sono arrivati a venticinque o trenta anni senza mai aver percepito nulla e senza mai lavorare. Io dico che un buon politico, per avere il contatto con la realtà, deve prima lavorare, deve prima capire com’è la vita reale, e poi può, in base alle sue esperienze maturate, in base alla sua professionalità, dare un contributo per gli altri. Non può una persona essere utile agli altri quando non è nemmeno stato in grado di essere utile a sé stessa nella vita.

Come conciliare vita pubblica e privata?

Non è semplice perché la politica ti prende a trecentosessanta gradi. Per esempio, questo pomeriggio avrò ricevuto una trentina di telefonate e messaggi ai quali sto rispondendo, oppure risponderò. Quindi, pur essendo a casa e volendo dedicare un po’ di tempo alla famiglia, non c’è mai spazio. Lo spazio privato viene limitato al massimo. Bisogna sapere anche darsi delle regole, nel senso di prendersi un po’ di tempo, ma la politica è totalizzante per chi lo fa seriamente, perché hai sempre il contatto con i colleghi, con l’ambiente in cui lavori, in cui operi, ma anche con i cittadini; sei sempre un anello di congiunzione tra la voce del popolo e coloro che poi devono decidere per il popolo. Quindi la sfera privata viene molto compressa. Devo dire che una delle cose che mi è mancato di più è stata la possibilità di dedicare più tempo alla mia famiglia e ai figli perché la politica, purtroppo, soprattutto a un certo livello, toglie tanto spazio.

Ha sempre pensato di fare il politico o è stata una scelta maturata nel tempo?

È stata una scelta di passione. Quasi per caso. Sono tanti anni che faccio politica e anche lavoro allo stesso tempo. Anche oggi ho dedicato mezza giornata alla politica e metà al lavoro. È stata una passione. Sono sempre stato interessato ai problemi degli altri, ai problemi del territorio, alle associazioni, alle attività sociali, non sono mai stato una persona chiusa in sé stessa, che pensa ai cavoli suoi, anzi, ho sempre cercato di dire la mia, di dare una soluzione, di risolvere i problemi. Quindi è un po’ una propensione naturale che una persona ha ad occuparsi delle cose. Poi, quando vedi che nel tuo piccolo riesci a dare un contributo positivo c’è anche una gratificazione, una soddisfazione; se per esempio, riesci a fare una legge che migliora una situazione, se riesci a fare un provvedimento che risolve un problema della società, puoi dire di aver fatto la tua parte e hai anche una gratificazione, spesso non riconosciuta. Però se alla base non c’è una passione credo che sia meglio che una persona rinunci in partenza a fare politica.

Cosa consiglia ai giovani che desiderano intraprendere la strada della politica?

Innanzitutto bisogna avere dei prerequisiti, cioè avere una passione, aver voglia di impegnarsi e dedicare tempo per gli altri. Questa è la prima cosa. Se una persona non ha questa predisposizione, difficilmente riuscirà a fare politica. 

Poi, ognuno con le proprie idee, deve inserirsi in un contesto, partendo dai livelli più bassi. Io sono partito a livello di assessore in comune, ventenne, ho fatto il sindaco a ventisei/ventisette anni, fino ad arrivare in regione ricoprendo tutti i vari incarichi a tutti i livelli. È stato un percorso in crescita perché nasci dall’esperienza del tuo quartiere, della tua città, della circoscrizione, ma anche nell’ambito dell’associazionismo, dell’impegno sociale, del mondo del lavoro; ogni elemento di socialità è una palestra per potere poi intraprendere un percorso politico. Quindi inserirsi in un contesto di partito o di lista civica, e questo dipende anche dalla realtà, poi devi cominciare a capirla, entrare nei temi, entrare nei problemi del quartiere, cercare di ascoltare la gente, cercare di proporre soluzioni…

Stefano Valdegamberi

È importante, come ho detto prima, che la politica sia accompagnata da una autosufficienza economica personale, fuori dalla politica, perché solo allora la fai liberamente, la fai con autorevolezza. Non deve diventare una professione. Se diventa una professione, poi, ad un certo punto arrivi ad un’età in cui non puoi più lasciarla perché diventeresti disoccupato, non riesci più a intraprendere un percorso diverso e quindi sei ostaggio della politica o meglio dei partiti. Per non essere ostaggio dei partiti una persona deve essere in grado di dire anche dei no, e non sempre dei sì.

Poi, chi ha passione si butti, e cerchi di non aver paura. A volte, se uno ha passione, anche se non è raccomandato, anche se non fa parte di cerchi di privilegiati, può raggiungere i massimi livelli, ovviamente se ha passione e capacità. Serve talento e capacità: capacità di leadership, capacità di proporre soluzioni ai problemi, di dare delle risposte, di interloquire, di mediare, quindi è un cocktail di requisiti che servono nella politica. 

Se uno entra in politica e pensa di litigare con tutti sbaglia perché la politica è l’arte del mediare, ovviamente in senso positivo. Devi cercare un compromesso tra due posizioni e tra due idee diverse. Non siamo in una situazione in cui uno decide per tutti, siamo in democrazia quindi c’è un rapporto di equilibrio tra le parti. Comunque, se c’è un giovane che voglia entrare in politica ben venga perché c’è né bisogno. 

Tra giovani vede disaffezione?

Sì. Viviamo molto nell’aspetto virtuale sui social, ma si vive poco la politica reale, quindi bisogna uscire fuori e cercare di proporre qualcosa di concreto. Io consiglierei di partire dal basso, perché chi viene catapultato in alto senza esperienza dal basso poi rischia di cadere, perché alla fine devi costruirti una base solida di esperienza, di conoscenza, di relazioni, che ti rendano forte, autorevole e quindi capace anche di rimanere nel contesto politico, e non essere una meteora. Ci sono moltissime meteore che fino al giorno prima non facevano niente, poi improvvisamente, il giorno dopo per una serie di situazioni si trova in parlamento, ma come ci entrano così escono. 

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