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Il Ju jutsu è un’arte marziale giapponese il cui nome letteralmente vuol dire “arte gentile”, “arte della cedevolezza” o “della flessibilità”; è formato da ju che significa “flessibile, cedevole, morbido, gentile” e da jutsu che significa invece “arte, tecnica, pratica”. Viene anche chiamato “Ju Jitsu” e a volte “Taijutsu” o “Yawara”.

Basa i suoi principi sulle radici del detto originale giapponese “Hey yo shin kore do”,  che vuole dire “Il morbido vince il duro”, e sul principio di vincere l’avversario con ogni mezzo, e col minor dispendio di energie. L’armonia e la grazia controllano la forza bruta, mentre la forza e la foga dell’avversario vanno sfruttate a proprio favore. La cedevolezza è il principio che contraddistingue il Ju Jitsu: il non opporre resistenze dirette.

In molte arti marziali, oltre all’equilibrio del corpo, conta molto anche la forza di cui si dispone. Nel Ju Jitsu, invece, la forza della quale si necessita proviene proprio dall’avversario. Più si cerca di colpire forte, maggiore sarà la forza che si ritorcerà contro. Il principio, quindi, sta nell’applicare una determinata tecnica proprio nell’ultimo istante dell’attacco e subito, con morbidezza e cedevolezza, in modo che l’avversario non si accorga di una difesa e trovi, davanti a sé, il vuoto.

Il Ju Jitsu è un’arte marziale completa: dispone di un ampio bagaglio tecnico che permette di lavorare ed agire a 360°, grazie allo studio dei principi base del combattimento a mani nude che includono:

  • Atemi Waza (tecniche di percussione/colpi portati con ogni parte del corpo)
  • Nage Waza (tecniche di proiezione, sbilanciamento, sacrificio)
  • Kansetsu Waza (tecniche di leve articolari)
  • Shime Waza (tecniche di strangolamento)
  • Katame Waza (tecniche di controllo, immobilizzazione)

L’ampio ventaglio di tecniche e soluzioni è strategicamente combinato in un sistema di combattimento completo.

Cenni storici

La sua storia è molto lunga e complessa. È un’antica forma di combattimento (a mani nude o con armi tradizionali contro un avversario armato o meno), di cui si hanno notizie certe solamente a partire dal XVI secolo (quando la scuola Takenouchi produsse una codificazione dei propri metodi di combattimento), ma sicuramente la sua origine è molto più antica. È consuetudine far risalire le origini al Giappone dell’epoca Kamakura (1185-1333), quando i bushi (guerrieri) iniziarono lo studio e la codificazione di tecniche per neutralizzare i nemici.

Nel corso dei secoli queste tecniche furono elaborate da abili Sensei, che fondarono poi molti Ryu (scuole) e ognuno di questi tentava di affermare la propria invincibilità nel combattimento. Tutto ciò conduceva a frequenti sfide, durante le quali tutti gli allievi di un Ryu si recavano presso una scuola rivale per dimostrare l’efficacia del proprio stile (questi incontri vennero chiamati Dojo Arashi). Il Ju Jitsu raggiunse il massimo splendore durante il lungo periodo di pace instaurato da Ieyasu Tokugawa dopo la battaglia di Sekigahara (1600), la sua autoproclamazione a Shogun (1603) e la conquista del castello di Osaka (1615). La fine delle guerre civili che avevano insanguinato il Giappone dal XII secolo, interrotte soltanto per respingere le invasioni mongole di Kublai Khan nel 1274 e 1281, lasciò disoccupati migliaia di samurai. Molti di loro pensarono quindi di mettere a frutto quanto avevano appreso sui campi di battaglia, raccogliendo e perfezionando le tecniche di combattimento ereditate dal passato. Mentre in precedenza esistevano solo scuole private ad uso dei grandi clan, ognuno dei quali elaborava e tramandava al suo interno colpi di particolare efficacia, sorsero allora scuole di arti marziali aperte a tutti. L’uso strategico del corpo umano raggiunse altissimi livelli di efficienza.

L’arrivo in Italia

Il Ju Jitsu giunse nel nostro Paese all’inizio del ’900, diffuso dai marinai che lo avevano appreso durante la permanenza nel Mar della Cina delle nostre navi da guerra, in particolare degli incrociatori Marco Polo e Vesuvio.

La prima dimostrazione di “lotta giapponese” in Italia si tenne il 30 maggio 1908. In Villa Corsini, a Roma, si esibirono due sottufficiali di Marina, che pochi giorni dopo ripeterono la loro dimostrazione nei giardini del Quirinale, alla presenza di re Vittorio Emanuele III. Ma il cammino del Ju Jitsu in Italia fu lento e difficile.      

Sul finire del 1921 Carlo Oletti, capo cannoniere di prima classe, già imbarcato sul Vesuvio, venne chiamato a dirigere i corsi di Ju Jitsu, introdotti nella Scuola Centrale Militare di Educazione Fisica, a Roma. Nel 1924 si costituì la Federazione Ju Jistuista Italiana (FJJI), trasformata nel 1927 in Federazione Italiana Lotta Giapponese (FILG), quindi assorbita dalla Federazione Atletica Italiana (FAI) nel 1931.

Con Carlo Oletti si ritiene datare l’inizio della diffusione organica del Ju Jitsu identificato con la denominazione successiva di Judo, ma a Gino Bianchi si deve negli anni ‘40 l’introduzione della ”Dolce Arte” in Italia. Arruolato nella Marina da Guerra, apprese le tecniche del Ju Jitsu nella Cina occupata dal Giappone. Quindi, tornato in patria a Genova, promosse la diffusione del Ju Jitsu in tutta Italia. Nell’ambito federale inizialmente, il Ju Jitsu ha privilegiato lo studio della tecnica sviluppando la diffusione del “Metodo Bianchi” e affiancando successivamente ai ”Settori” lo studio dei Kata dell’Hontai Yoshin Ryu, una delle scuole tradizionali giapponesi tra le più antiche. Per il ”Metodo Bianchi” l’iniziale catalogazione delle tecniche in Settori data dal Maestro Rinaldo Orlandi è stata poi rivista nel 1985 da vari maestri e alle singole tecniche, selezionate e ridotte da 20 a 10 per i vari passaggi di grado; si sono aggiunti i Concatenamenti che implicano il collegamento di una tecnica ad un’altra in seguito ad una reazione dell’avversario.

I Settori sono cinque e vengono contrassegnati dalle prime lettere dell’alfabeto e sono composti ciascuno da venti tecniche.

  • Il Settore A comprende le azioni elementari che introducono alla conoscenza delle reazioni di un avversario 
  • Il Settore B tratta le azioni che, attraverso lo studio dello sbilanciamento, mirano a caricamento, sollevamento e proiezione dell’avversario
  • Il Settore C esamina le azioni che agiscono sulle articolazioni
  • Il Settore D è dedicato alle azioni sul collo dell’avversario    
  • Il Settore E fonde le azioni dei primi quattro, introducendo azioni più vicine alle applicazioni in difesa personale

Le cinture possono variare a seconda di dojo/palestra e/o federazione, infatti sono talvolta previsti livelli intermedi con cinture bicolore o contrassegnate da tacche (per esempio: cintura giallo/arancio o marrone con una tacca e così via).

I gradi (kyu) maggiormente riconosciuti sono:

  • 6º kyu bianca;
  • 5º kyu gialla;
  • 4º kyu arancione;
  • 3º kyu verde;
  • 2º kyu blu;
  • 1º kyu marrone;

Una volta raggiunta la cintura nera vi sono poi i dan (gradi) che sono:

  • Shodan – 1º Dan nera;
  • Nidan – 2º Dan nera con due tacche;
  • Sandan – 3º Dan nera con tre tacche o bianca e blu;
  • Yondan – 4º Dan nera con quattro tacche o bianca e blu;
  • Godan – 5º Dan nera con cinque tacche o bianca e blu;
  • Rokudan – 6º Dan nera con sei tacche o bianca e rossa;
  • Shichidan – 7º Dan nera con sette tacche o bianca e rossa o nera e rossa;
  • Hachidan – 8º Dan nera con otto tacche o bianca e rossa o rossa coi bordi neri;
  • Kudan – 9º Dan nera con nove tacche o rossa;
  • Judan – 10º Dan nera con dieci tacche o bianca.

In molti stili, i gradi oltre il 5° Dan vengono assegnati dalle Commissioni o Federazioni (nazionali o internazionali) per meriti sportivi, didattici o organizzativi.

Da questa disciplina ne sono poi derivate altre come il Judo e il Ju justu brasiliano.

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Abito in provincia di Verona e frequento il liceo classico “Alle Stimate". Adoro storia, epica e scienze fin da piccola. Di scienze, in particolare, ho sempre amato astronomia, biologia e chimica; nonostante la mia passione per la scienza non ho mai avuto lo stesso sentimento per la matematica. Oltre a queste materie ho la passione anche per la ginnastica artistica, per le arti marziali e per la corsa anche se, in realtà, mi è sempre piaciuto lo sport in generale. Non sono molto brava nelle lingue, però vorrei tanto imparare il francese, lo spagnolo e il giapponese. Sono una persona molto curiosa, solare e positiva, mi piacciono le cose semplici e solitamente preferisco lavorare da sola. Non sono una persona testarda o che si fissa su qualcosa, anzi cambio spesso idea, infatti non ho un singolo cantante, colore o cibo preferito.

1 commento

  1. Sport incredibile.Ho provato a praticare qualche anno fa.Difficilissimo!!E anche se l’ho praticato solo per qualche mese non ho nessuna vergogna di ammettere che le donne sono molto più forti degli uomini. Non capisco perché ci siano ancora distinzioni tra i sessi in questo Sport. In America le donne vincono moltissimi tornei.Ho avuto l’onore di avere avuto un Maestro donna, che ho visto sconfiggere qualunque uomo l’abbia sfidata,ed ero l’unico maschio ad avere la cintura bianca insieme ad altre 4 ragazze
    Ho combattuto la prima volta in un torneo amichevole con un’altra palestra. Ho dovuto combattere in no gi contro una donna di 42 anni.Era piccola ma veramente muscolosa.Aveva una forza imbarazzante, mi ha messo subito in difficoltà …sono sfuggito da 2 triangoli ma poi è riuscita a prendermi da dietro ed è finita. Completamente immobilizzato dalle gambe che mi spezzavavano in due mi ha soffocato così forte che sono svenuto immediatamente. Mi ha anche massaggiato i piedi per farmi riprendere. Grande sportiva.Ho provato imbarazzo a perdere contro una donna…ma solo per i pregiudizi con cui ci hanno abituati!Poi piano piano ho capito che lottare contro una donna adulta ,dello stesso peso e livello è una grande prova da affrontare con la massima concentrazione, perché una donna non perdona niente sul tatami, sono flessibili, velocissime e FURBE!!!Hanno veramente una marcia in più..infatti rispetto totale. Complimenti a tutte le marzialiste!!OSS

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