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Lettura dell’articolo a cura di Letizia Girelli

Vivere in Arabia Saudita non è semplice, essere donne in Arabia Saudita tanto meno. La pressione della religione islamica e l’insieme dei dogmi da seguire lasciano poco spazio ai diritti civili in generale e quelli delle donne valgono esattamente la metà di quelli dell’uomo; la forte struttura patriarcale del Paese ha imposto delle regole molto rigide, che non lasciano libertà di espressione e di vita a chi nasce femmina in questo Paese. Sembra infinita la lista delle cose che non possono fare le donne. Alcuni divieti sono quello di uscire da sole, aprire un conto bancario e, fino a tre anni fa, quello di poter guidare.

C’è una donna che, con forza e coraggio, ha lottato per i diritti delle donne, andando anche incontro alla possibilità di essere privata della sua libertà.

La storia di Manal Al-Sharif

Nata il 25 aprile 1979, Manal Al-Sharif è cresciuta a La Mecca in un ambiente fondamentalista, con una generazione fortemente radicalizzata. Durante la sua adolescenza era stata una religiosa estremista che dava fuoco alle cassette dei Back Street Boys del fratello e alle riviste di moda della madre. Conosceva bene l’elenco di cose proibite nel suo Paese, perché contrarie alla visione puritana dell’Islam, e le rispettava.

A vent’anni però, diventata ingegnere della sicurezza informatica, qualcosa nella sua educazione, che non aveva mai messo in discussione prima, ha cominciato a vacillare: veniva etichettata come una “facile” perché chiacchierava con i colleghi maschi, doveva  farsi accompagnare durante i viaggi d’affari perché non poteva usare l’auto, aveva bisogno di chiedere un permesso dal padre per spostarsi e per avere un passaporto. Le contraddizioni che non le permettevano di sentirsi al pari degli altri professionisti uomini erano diventate per lei difficili da sopportare, se non impossibili da accettare.

Il momento che più di ogni altro ha stravolto la sua visione delle cose è stato un viaggio di lavoro nel New Hampshire. È qui che ha iniziato a frequentare teatri, che ha visto due uomini baciarsi senza che a nessuno apparisse strano, che è andata a sciare, che ha imparato a guidare.

Una volta tornata in Arabia Saudita, nel 2011, Manal ha quindi raccolto tutto il suo coraggio e ha deciso di sfidare il divieto impostole e di uscire a fare un giro in auto. Il tutto è stato filmato da un’amica sul sedile del passeggero e nel pomeriggio il video è diventato virale su Youtube. La stessa notte Manal è stata arrestata ed è rimasta nove giorni in carcere, oltre ad aver ricevuto una serie di insulti ed essere stata etichettata dai giornali sauditi come una pericolosa minaccia per il Paese.

Locandina “Women2drive”

Nello stesso anno, lei e un gruppo di donne, hanno avviato una campagna Facebook denominata “Women2Drive” la quale affermava che le donne avrebbero dovuto avere il diritto di guidare. La campagna, che invitava queste a iniziare a guidare a partire dal 17 giugno 2011, era un’azione che agiva nell’ambito dei diritti delle donne e non come una protesta.

L’anno successivo all’Oslo Freedom Forum, conferenza annuale dei difensori dei diritti umani, Manal Al-Sharif ha ricevuto  il Vaclav Havel Prize for Creative Dissent. La sua azione non è stata soltanto un gesto di grande coraggio, ma anche un esempio per molte altre donne che, dopo la diffusione del video, hanno sfidato il divieto.

Nel giugno del 2018 il giorno tanto atteso da Manal è arrivato: le donne saudite hanno ricevuto il diritto di prendere la patente e guidare liberamente un’autoQuesto non deve però far dimenticare che la situazione di segregazione delle donne in questa parte dell’Arabia è ancora assai evidente. «C’è ancora troppo che deve essere fatto, non serve lodare e bisogna essere molto specifici nel parlare di questo tema» ha dichiarato apertamente la donna.

Festeggiamenti per il diritto delle donne di guidare

La cosa più spaventosa, come afferma Manal, è che la necessità di obbedire sempre e senza limitazioni ad un pensiero, senza metterlo mai in dubbio, porta le famiglie a sottoporre le proprie figlie non solo a degli obblighi che limitano fortemente le loro possibilità, ma anche a delle sofferenze per cui le stesse madri sono passate.

Oggi Manal vive a Melbourne in una sorta di “esilio” obbligato con il marito e uno dei due figli e afferma: «Sono sempre preoccupata ogni volta che torno in Arabia Saudita, perché non puoi mai sapere quando verrai arrestata di nuovo, per un tweet, un retweet o qualcosa che dici in un’intervista. Devi sempre mantenere un filtro, ogni volta che parli di qualcosa. Nonostante io ami il mio Paese, e la mia lotta è anche per questo, purtroppo ne conosco i limiti ancora grandi, e non sempre posso esprimere tutto quello che vorrei».

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