C’è un pezzo di Verona nello scudetto dell’Inter

Paolo Vanoli, veronese di adozione, a fianco del mister Antonio Conte, ha portato l’Inter alla vittoria del campionato, e noi di Ermes abbiamo avuto l’opportunità di farci raccontare il suo “amore” per il pallone, non solo da calciatore ma anche da allenatore.

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«Allenare: mi piacciono di più le responsabilità» ha risposto così Paolo Vanoli, quando gli abbiamo chiesto se preferisse allenare o giocare.

Vanoli ai temi dell’Hellas

Vanoli, veronese di adozione, ha coronato la sua carriera da allenatore circa una settimana fa, quando da collaboratore di Antonio Conte, ha conquistato con l’Inter la vittoria del campionato italiano

Nato a Varese il 12 agosto del 1972, non è stato solo un eccellente giocatore per alcune delle squadre italiane più importanti, ma, ora, anche un tecnico, in grado di raggiungere importanti risultati. Ed è proprio la nostra Verona, la città in cui ha deciso di stabilirsi.

È stato amore a prima vista con la città di Giulietta e Romeo fin dai tempi in cui militava nella compagine Gialloblù, ed infatti, Verona è diventata la città dove oggi vive con la moglie Barbara e i tre figli Giorgia, Andrea e Greta. 

Paolo Vanoli con la maglia del Parma

Paolo Vanoli arriva a Verona giovane e di belle speranze da Venezia e si impone in gialloblù tanto da attirare l’attenzione del Parma “stellare”, di Buffon, Cannavaro, Crespo, Veron e tanti altri campioni, con allenatore Malesani. 

È proprio in questa squadra che diventa protagonista assoluto, siglando un bellissimo gol nella finale di Mosca con la conquista della Coppa UEFA 1999. Poi, per il difensore traguardi come Fiorentina, Glasgow Rangers e Bologna.

Vanoli con la maglia azzurra numero 3

Segue il grande amore per la Nazionale dove gioca segnando un gol e dove inizia a lavorare alacremente, dopo aver smesso di giocare, conquistando come capo allenatore la finale mondiale under 19. Ma è con la chiamata di Antonio Conte che arriva nello staff della nazionale maggiore, e poi successivamente, al Chelsea, sempre al fianco del mister. 

Poi è a Milano, sponda nerazzurra, che realizza il sogno che cullava dentro sin da bambino: vincere uno scudetto con quella che era la sua squadra del cuore, l’Inter. Un lavoro duro, durato due anni, ma che ha portato la squadra nerazzurra in cima alla classifica del campionato italiano

Paolo Vanoli e Antonio Conte dopo una vittoria del Chelsea

Una carriera brillante quindi quella di Paolo Vanoli sia come calciatore che come allenatore, e noi di Ermes abbiamo avuto l’opportunità di farcela raccontare

Quando è iniziata la sua passione per il calcio?

Da quando sono bambino. D’altronde una volta esisteva solo o l’oratorio o il campo da calcio, e quindi è da sempre stata una mia passione.

A che giocatori si ispira? 

Inizialmente, ti dico la verità, ai giocatori più forti, quelli che facevano goal, insomma. Poi con il tempo, dopo essere cresciuto ed essermi indirizzato nel mio ruolo, devo dire che mi è sempre piaciuto Paolo Maldini, che è sempre stato il mio punto di riferimento. 

Qual è la vittoria che ricorda con più piacere?

Devo dire che sono due: una la vittoria del campionato, dalla serie B alla seria A del Verona, che è stato il mio primo campionato vinto, poi in una città così importante, con una tifoseria così importante, ce l’ho ancora tanto in mente e nel mio cuore, credo vada collocata su uno dei gradini più alti del podio, e insieme a questa vittoria ci sono quelle che ho ottenuto a Parma con la coppa UEFA, e la coppa Italia. Lì ero stato anche fortunato a realizzare un goal, quindi c’è stata una doppia soddisfazione. Però devo dire la verità la vittoria con il Verona è stata una grandissima sorpresa ed emozione. 

Il goal decisivo di Paolo Vanoli con la maglia del Parma nella coppa UEFA 1999

Qual è il ricordo più bello da calciatore e da allenatore? 

Da calciatore sono stati questi i momenti più importanti, perchè i momenti delle vittorie sono quelli che si ricordano più facilmente e rimangono sempre impressi. Da allenatore, devo dire invece la finale con la nazionale Under 19: erano 13 anni che l’italia non arrivava all’ultimo atto e per il percorso che ho fatto (con la nazionale), devo dire che ce l’ho particolarmente nel cuore anche perché da capo allenatore ero io a dover prendere tutte le decisioni.

Paolo Vanoli come allenatore della nazionale Under 19

Poi, ad oggi, da collaboratore, aver raggiunto con il mister la vittoria del campionato è una grande soddisfazione. Senza anche dimenticare gli inizi con il Domegliara, quelle erano le prime volte: la promozione dall’eccellenza, alla serie D, ricordi fantastici. 

Qual è l’avversario che l’ha più impressionata? 

Due sono stati i calciatori che mi hanno impressionato calcisticamente: Ronaldo (quello dell’Inter, il fenomeno…) e Zidane

Qual è la decisione più difficile che ha dovuto prendere nella sua carriera? 

Quando c’è la passione di difficile in realtà c’è poco: è stato tutto bello. Le decisioni più difficili le devi prendere in famiglia, la lontananza di questi due anni un pò mi è pesata devo dire.

Perché ha deciso di stabilirsi a Verona? 

Mia moglie è sarda, io sono lombardo e dovevamo trovare una via di mezzo (ride). Io e mia moglie, dopo che ci siamo fidanzati abbiamo fatto un anno di convivenza a Verona e ci siamo innamorati di questa bellissima città e abbiamo deciso di fermarci

Preferisce giocare o allenare? 

Allenare: mi piacciono di più le responsabilità, e quindi mi piace di più allenare. Devo dire che è stata una sorpresa anche per me: perché mentre il giocatore deve pensare a migliorare se stesso, l’allenatore deve pensare a più elementi di un gruppo, che non sono solo la squadra, ma anche a tutto quello che gira intorno.

Paolo Vanoli, terzo da sinistra, tra i collaboratori di Antonio Conte all’Inter

Qual è il consiglio che darebbe ad una giovane promessa?

Divertirsi, di non pensare al domani: adesso la rovina di questo mondo è che purtroppo si guarda solo al risultato finale, ma per arrivarci si passa attraverso grandi sacrifici. A volte si guarda solo il giocatore di serie A che guadagna tanti soldi e vorrebbero fare tutti quello, ma non sanno che per arrivare lì, ci sono dietro, come in tutti i lavori, grandissimi sacrifici

Stadi chiusi: qual è la sensazione? 

Una brutta sensazione: all’inizio era strana, bisognava provare a conviverci, ed alcune volte, per tanti giocatori e squadre è stato anche un vantaggio non avendo la pressione del tifosi. Alla lunga però è diventato stancante e capisci quanto sia importante il tifoso e quanto valga per una squadra, nel bene e nel male, perchè il giocatore alla fine ne ha bisogno. 

Come definirebbe la vittoria dell’Inter? 

I festeggiamenti dell’Inter a San Siro

Un capolavoro: perchè era una società che non vinceva da 11 anni, e quindi per vincere devi aver fatto per forza un capolavoro. Devo dire poi che con una proprietà straniera è ancora più difficile perchè a volte non può essere proprio così vicina. 

Poi ci sono delle società che sono improntate per vincere, come la Juventus, che ha vinto per 9 anni consecutivi, e quindi essere riusciti ad abbattere un trono che durava da così tanto tempo, vuol dire aver faticato ed essere arrivati in fondo, avendo fatto qualcosa di grande.

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Ho 16 anni e frequento la prima liceo. Circa tre anni fa ho scelto di iniziare il liceo classico perché, volendo lasciare aperte tutte le porte per il mio futuro, ho pensato che questo indirizzo, come dicono molti, fosse in grado di “aprire la mente”. Che il classico potesse farmi uscire alla fine dei cinque anni con ampie conoscenze in tutti gli ambiti, non solo in quello umanistico. In generale, mi piace molto andare in fondo alle cose, non mi accontento mai, penso quindi di aver scelto l’indirizzo più adatto a me. Da quando sono piccola, sono sempre stata molto testarda, permalosa ed estroversa. Sono una ragazza molto determinata: con molto impegno e perseveranza penso si possa raggiungere ogni obiettivo. Sono molto sportiva, gioco a tennis, nonostante per molti anni abbia praticato il Cheerliding, che nel 2018 mi ha dato l’opportunità di partecipare ai Mondiali ad Orlando. Da grande mi piacerebbe fare un lavoro non monotono, innovativo, che mi permetta di realizzare tanti dei miei sogni.

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