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Chrétien de Troyes, in uno dei suoi racconti con protagonista Ivano, uno dei cavalieri di re Artù, ci mostra la situazione di alcune lavoratrici, che producono pregiati tessuti per i nobili.

Ivano passa “nei pressi del castello della Pessima Avventura”, così ci entra e vede “un piccolo prato, chiuso da grossi pali rotondi e appuntiti. Guarda attraverso la palizzata e scorge fino a trecento pulzelle intente a diversi lavori. Tessevano stoffe con fili d’oro e di seta, e ognuna lavorava come meglio poteva; ma la loro miseria era ben grande! Erano così povere che molte erano discinte e senza cintura. Avevano tuniche lacere sulle mammelle e ai gomiti, camicie sudice sul dorso, colli scarni e visi pallidi per la fame e gli stenti. […] e mentre quelle continuano a piangere, Ivano dice loro: “Piaccia a Dio di alleviarvi il cuore da questo dolore di cui ignoro la cagione, si che si tramuti in gioia! “Dio vi ascolti, poiché l’avete invocato!” gli risponde una fanciulla. […] Sempre saremo meschine e nude, sempre avremo fame e sete, e mai potremo guadagnare tanto da essere meglio nutrite. Di pane ne otteniamo: gran pena, la mattina poco e la sera ancor meno: col lavoro delle proprie mani, ognuna di noi non avrà mai per sopravvivere più di quattro denari di una lira. Con così poco, non possiamo avere carne e vesti a sufficienza […] Ma noi siamo qui in povertà, mentre colui per cui lavoriamo si arricchisce con i nostri guadagni“.

Da secoli sono sempre stati noti gli sfruttamenti dei lavoratori nella fabbricazione dei tessuti, eppure non tutti si rendono conto della gravità.

Nei Paesi in via di sviluppo il problema delle condizioni di lavoro non adeguate è uno dei più persistenti. Dove c’è la povertà c’è chi se ne approfitta, come le alcune aziende che sfruttano lo stato di estrema indigenza della popolazione per imporre condizioni lavorative inaccettabili per noi, ma unica scelta per loro, spesso con l’appoggio degli organismi statali e di autorità corrotte.

Anche se in varie parti del globo terrestre, i problemi principali sono gli stessi. Il primo è l’assenza di tutela per salute e sicurezza: le aziende che hanno la loro produzione nei Paesi poveri si permettono di avere una mancanza di regole e di controlli per la sicurezza dei lavoratori insieme alla tutela della loro salute. Un esempio è la non protezione dalle sostanze tossiche con cui vengono a contatto, oppure la mole di lavoro che usura chi lo compie, fino a procurargli invalidità permanenti. Un altro esempio è il fatto che le donne siano costrette a lavorare durante tutta la gravidanza e subito dopo il parto, con poi ripercussioni su di loro e sui figli e la maggior parte dei lavoratori poveri del mondo sono donne. Oltre a ciò, si aggiunge anche il lavoro minorile. Poi il problema dei salari insufficienti: nonostante sia un settore con molta manodopera, le aziende mantengono dei salari minimi. Questo fenomeno viene chiamato working poor, cioè lavoratori al di sotto della soglia di povertà. Da quest’ultimo problema deriva anche la mancanza di tutele nella vecchiaia: infatti i lavoratori non possono avere un sistema pensionistico.

Nell’industria della moda ciò che incoraggia e sta alla base di tutto questo è la fast fashion. Il termine indica quei capi di abbigliamento che passano direttamente dalle passerelle alla produzione in modo rapido ed economico; è una strategia di produzione utilizzata dalle grandi catene di distribuzione come H&M, Primark, Zara e molte altre.

Viene spesso associata anche al concetto di “usa e getta”: non pensa all’utilizzo longevo degli indumenti, ma li vede come qualcosa che va indossato per una stagione e poi cambiato. Ciò non significa che questi indumenti debbano essere per forza di scarsa qualità, però contribuisce a farne una grande quantità e portano alla necessità di molti lavoratori. Per questo si vanno a cercare quelli che costano di meno. Non dimentichiamo anche all’inquinamento ambientale causato dall’industria tessile, che la rende la seconda più inquinante al mondo e la prima per risorse naturali e consumo energetico.

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