L’uomo in cerca di senso

In onore della giornata della memoria, ricordiamo le storie atroci di uomini e donne privati della loro dignità e libertà nei lager nazisti. Tra questi c’era anche Victor Frankl, che con grande fortuna e forza di volontà, riuscì a sopravvivere all’inferno di Auschwitz.

Viktor Frankl
Viktor Frankl
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La giornata della Memoria, celebrata ogni 27 gennaio, ricorda i milioni di ebrei deceduti nei campi di sterminio nazisti. Ci fa ripensare alla grande speranza e alla forza delle persone che sono riuscite, nonostante tutto, a sopravvivere ai lager, che sono emblema di un periodo tragico che riguarda la storia mondiale.

Tra questi ricordiamo il celebre psicanalista austriaco Viktor Frankl.  Autore di “Uno psicologo nei lager” che riuscì a sopravvivere ai campi di concentramento. 

Chi era Victor Frankl

Viktor Frankl viveva in Austria quando, nel 1938, ci fu l’annessione con la Germania nazista. In quanto ebreo, lo psichiatra visse una delle peggiori esperienze a cui una persona potesse venire sottoposta nel Novecento. Infatti, nel 1942, all’età di 37 anni, fu deportato nei campi di concentramento tra cui Auschwitz e Dachau.  

Viktor Frankl

Tuttavia, Frankl riuscì a sopravvivere grazie a circostanze fortuite e alla sua voglia di continuare a lottare anche davanti alla morte per la vita. Victor era la personificazione dell’uomo in cerca di un senso da dare alla sua esistenza. Era mosso da un grande desiderio di rivedere e riabbracciare la sua famiglia.

Uno psicologo nei lager

In seguito alla permanenza nei lager nazisti, Frankl scrisse un libro straordinario: Uno psicologo nei lager”. Una narrazione che portava alla luce il punto di vista di un professionista, che si occupava di salute mentale. È una testimonianza cruda e diretta di una sopravvivenza contro ogni previsione. Un libro che regala ad ogni lettore, ancora oggi, riflessioni profonde sul senso della vita. 

Immaginate per un momento, tutto quello che quest’uomo (e come lui molti altri) dovette subire, tutta la paura, tutta la sofferenza, tutta la disperazione. Pensate a tutto il tempo, denso come melassa, passato nei lager, le giornate infinite a lavorare senza sosta, al freddo e fortemente denutrito.

Il suo destino era in mani di esseri malvagi e disumani, per i quali la vita aveva esiguo valore. Frankl si dilaniava, chiedendosi se i suoi cari fossero ancora vivi o meno. Pensate a tutto questo orrore e chiedetevi come possa un uomo nella sua situazione credere che la vita abbia un senso. Ad esempio, Primo Levi disse «Se c’è stato Auschwitz, non può esistere Dio».

Invece, la visione di Viktor Frankl è ben diversa, perché non si concentrò sul cercare di trovare delle prove che affermino l’esistenza di Dio, ma si impegnò ad attribuire un senso alla sua vita. Questa fu la sua salvezza.

L’importanza di avere un motivo per vivere

Durante gli anni passati nei lager, Frankl notò che i prigionieri sopravvissuti erano proprio coloro che avevano uno scopo da realizzare al di fuori da quell’inferno nazista. Invece, chi non aveva alcun motivo forte e chiaro per resistere e portare a termine una missione personale, era destinato quasi sempre alla morte. Può sembrare una semplificazione, eppure questo è ciò che lo psichiatra osservò, analizzando da lontano il comportamento di migliaia di persone ridotte a una vita misera e piena di sofferenza.

Nei lager il tempo sembrava di aver cessato di scorrere. Ogni persona era caduta nel baratro della disperazione. Ma in Frankl, dimorava ancora un barlume di motivazione, una scintilla capace di farlo sperare in positivo.

L’Ikigai di Viktor Frankl

Il messaggio, di cui si fa portavoce Frankl, è emblematico per chiunque ed intriso di grandi significati: “Ognuno di noi ha la possibilità di trovare il proprio senso alla vita”. Non ci sono regole da seguire, siamo noi a dover investire tempo ed energie nel trovare quel motivo per continuare a vivere anche, quando il dolore ci sembra troppo grande. Questo concetto è molto affine a quello di Ikigai tipico del Giappone.

Per i giapponesi, l’Ikigai è il motivo per cui ci si alza alla mattina. Non c’è un libretto di istruzioni per trovarlo, ognuno di noi deve impegnarsi nella propria ricerca che è unica e soggettiva.

Frankl, nel suo libro, cita una frase di Nietzsche che racchiude alla perfezione questo concetto: «Chi trova un perché nel vivere, può sopportare qualsiasi come». Chi nutriva dentro la propria coscienza un “perché” per vivere, sopravvisse anche ai lager nazisti. Chi non aveva obiettivi, moriva a causa dell’incapacità di sopportare il “come” era costretto a vivere.

L’amore, l’unica forza universale

È questa la forza eterna che ci consente di andare avanti anche quando ci sembra impossibile farlo. L’amore per i nostri cari, ma anche l’amore per noi stessi e per ciò che possiamo ammirare intorno a noi e di cui in qualche modo, spesso nella più profonda sofferenza, ci sentiamo parte.

L’amore è forse l’unico motivo che sovrasta la nostra unicità e va oltre al relativismo. Secondo Frankl l’amore è l’unica spinta universale e l’unica ragione per vivere, indipendentemente dalla situazione in cui ci si trova. Ma l’amore, più di tutto, è una scelta che nessuno potrà mai toglierci. Nel suo libro, Frankl scrive: «Tutto può essere tolto ad un uomo ad eccezione di una cosa: l’ultima delle libertà umane, ossia poter scegliere il proprio atteggiamento in ogni determinata situazione, anche se solo per pochi secondi».

Siamo sempre liberi, anche in un lager

Il messaggio che si cela tra le pagine formulate da Victor Frankl, in “Uno psicologo nei lager”, è un insegnamento potentissimo. L’amore può essere “un supporto e punto di riferimento” nei momenti di disperazione e quando sentiamo di non avere il pieno controllo sul nostro destino. Ad esempio, quando stiamo subendo un’ingiustizia o scopriamo di avere una brutta malattia. Quando siamo privati della possibilità di vivere come vorremmo.

In questi momenti dovremmo ricordarci sempre che la vera libertà è nel modo in cui decidiamo di reagire a quello che ci accade. Possiamo scegliere se reagire con amore oppure con mancanza di amore, ovvero con il desiderio di continuare a vivere nonostante tutto, oppure con l’arrendevolezza di chi è già morto dentro. La vita è fatta di scelte e gli amanti di Kierkegaard lo sanno bene. La nostra intera esistenza è giocata tra degli aut e aut.

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