La poesia “La luna di Kiev” diventa virale

Una poesia di Gianni Rodari, scritta sei decenni fa, oggi è diventata un talismano e viene condivisa, citata ovunque.

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“La luna di Kiev” è una poesia per bambini tratta dalla raccolta “Filastrocche in cielo e in terra” di Gianni Rodari, scritta nel 1955 (Einaudi). È diventata virale a pochi giorni dallo scoppio della guerra in Ucraina. È diventata un talismano, un simbolo e una preghiera.

In questi momenti difficili e di grande sofferenza per l’Ucraina, che sta combattendo per la propria libertà, e anche per il mondo intero che la supporta, “La luna di Kiev” diventa una lettura necessaria e commovente. Rodari avrebbe potuto evocare, al posto di Kiev, una qualunque città, così come negli ultimi versi evoca altri due posti, ossia il Perù e l’India. Grazie però a questa scelta, il suo messaggio pacifista guadagna attualità. 

Molti affiancano a questo testo immagini della capitale ucraina prima dei bombordamenti. Infatti, il componimento non ha nel contenuto alcun riferimento alla guerra, ma fa un appello alla solidarietà e all’unione tra gli uomini che deve esserci. 
La poesia è dedicata all’equilibrio mondiale. Ci fa ricordare che viviamo tutti sotto lo stesso cielo. La luna, in particolare, oggetto importante della poesia, è sempre la stessa ovunque. Essa brilla sulle tragedie dell’umanità come un simbolo incondizionato della pace. 

Oggi, non si possono leggere le parole di Gianni Rodari guardandole con gli occhi del mondo di prima, che ci sembrava essere un posto di pace. Si guarda con occhi diversi, si coglie un significato ben più profondo. Infatti, la luna di Kiev sembra dirci qualcosa in più e, per lo più, non trasmette un significato rasserenante, ma un appello urgente e necessario. 

”La luna di Kiev” di Gianni Rodari

Chissà se la luna

di Kiev

è bella

come la luna di Roma,

chissà se è la stessa

o soltanto sua sorella…

“Ma son sempre quella!

– la luna protesta –

non sono mica

un berretto da notte

sulla tua testa!

Viaggiando quassù

faccio lume a tutti quanti,

dall’India al Perù,

dal Tevere al Mar Morto,

e i miei raggi viaggiano

senza passaporto”.

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