Orto botanico di Padova: radici nel passato, sguardo sul futuro

L’orto botanico di Padova, nato nel 1545 per la coltivazione di piante medicinali, si è evoluto nei secoli creando una perfetta simbiosi tra antico e moderno. Noi siamo stati lì per voi.

Tempo di lettura articolo: 4 minuti

L’orto botanico di Padova, fondato nel lontano 1545, è il più antico orto botanico al mondo a trovarsi ancora nella sua posizione originaria.

Questo bellissimo parco, situato nei pressi di Prato della Valle, in pieno centro città, sorge su un’area di circa due ettari ed è stato proclamato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1997.

Inizialmente questa struttura era stata creata per la coltivazione di piante medicinali infatti, già a partire dal sedicesimo secolo, l’Università patavina era famosa nel campo della botanica visto che, in questo luogo, venivano lette e commentate le opere di Aristotele e di Tefrasto.

All’epoca, purtroppo, venivano arrecati molti danni alla salute pubblica a causa di errori di traduzione e di frodi così il docente di “lettura dei semplici” Francesco Bonafede sollecitò la costruzione dell’orto, per permettere agli studenti di riconoscere più facilmente le vere piante medicinali.

L’orto, inizialmente accessibile a tutti, subì numerosi e continui furti a causa delle piante rare coltivate e dell’elevato prezzo delle medicine da esse ricavate, così nel 1552 fu costruita una recinzione circolare.

Col passare del tempo, l’orto botanico continuò ad arricchirsi di piante provenienti da altre parti del mondo, specialmente da paesi legati alla Repubblica di Venezia, e cominciò ad espandersi oltre il muro circolare.

Nell’Orto botanico vivono alcune piante notevoli per la loro longevità, normalmente indicate come alberi storici.

Ciascuna pianta reca l’apposita etichetta con il nome scientifico della specie, l’iniziale o la sigla dell’autore che per primo l’ha validamente denominata e descritta, la famiglia di appartenenza e il luogo di origine e anche l’anno di introduzione oppure di impianto nell’ Orto.

Poco dopo l’ingresso si è accolti proprio da un platano orientale messo a dimora nel 1680 e che attualmente rappresenta una delle piante più vecchie. 

È un albero imponente che ha raggiunto un’altezza di quasi quaranta metri e che continua a vegetare nonostante un fusto cavo, probabilmente come conseguenza di un fulmine. Il platano orientale è un albero longevo e resistente, a crescita rapida e le grandi foglie, in autunno, prima di cadere, assumono un caldo colore giallo sfumato d’ocra.

Un cedro dell’Himalaya, molto meno vetusto del precedente e quindi non ancora considerato albero storico, è stato messo a dimora nel 1828 ed è importante perché si tratta del primo esemplare di questa specie introdotto in Italia

Purtroppo questo maestoso albero presenta evidenti segni di traumi subiti in passato e, al fine di garantirne la sopravvivenza nel tempo, è stata effettuata una complessa operazione di risanamento radicale e di rivitalizzazione.

La palma di S. Pietro, messa a dimora nel 1585, è attualmente la pianta più vecchia presente nell’Orto botanico patavino ed è posizionata al riparo all’interno di una serra ottagonale.

Questo esemplare è noto come “Palma di Goethe” da quando il grande poeta tedesco, dopo averla ammirata nel 1786, formulò la sua intuizione evolutiva nel “Saggio sulla metamorfosi delle piante”.

Di fronte alla palma di S. Pietro, nelle numerose vasche dell’Orto botanico, vengono coltivate piante d’acqua dolce. Queste piante, nonostante appartengano a specie diverse, presentano adattamenti analoghi a causa delle condizioni determinate dall’ambiente acquatico. Alcune possono galleggiare, con foglie sul pelo dell’acqua e le radici immerse, altre invece sono ancorate al substrato, come ad esempio le ninfee o il fiore di loto indiano.

In un altro settore, sono presenti alcune delle più comuni piante velenose, spontanee e coltivate. Il loro grado di pericolosità è indicato su un cartellino: una crocetta per le piante poco tossiche, due per quelle più tossiche, tre per quelle che possono essere mortali.

Alcune piante velenose si possono ritrovare anche nel settore delle piante medicinali, perché le sostanze in esse contenute, anche se originariamente tossiche, possono essere utilizzate per produrre fitofarmaci.

Rimangono comunque piante che devono essere utilizzate con cautela e solo sotto forma di farmaci e che, se ingerite, possono provocare avvelenamenti gravi. 

Alla fine di un lungo corridoio di edera, che conduce alla parte più recente ed innovativa dell’Orto botanico, si viene catapultati in un ampio spazio circondato da un edificio di vetro lungo 100 metri e alto 18.

La costruzione è stata progettata per ridurre al minimo l’impatto ambientale, in quanto sfrutta sia l’energia solare per creare una reazione chimica all’interno delle serre sia le precipitazioni naturali per alimentare le vasche presenti all’ingresso.
Per mantenere all’interno degli ambienti, i giusti parametri di temperatura ed umidità viene sfruttato l’effetto serra: d’inverno, durante la notte viene ceduto il calore accumulato di giorno, viceversa d’estate, le grandi vetrate vengono aperte per favorire la mitigazione della temperatura.

Le serre accompagnano il visitatore in  un viaggio immaginario dall’Equatore ai Poli, in quanto riproducono fedelmente i paesaggi dei vari continenti; si cammina attraverso il paesaggio arido dell’Africa settentrionale, della penisola arabica e dell’Australia, passando per foreste pluviali tropicali fino ad arrivare ai climi più temperati del Mediterraneo.

Vi lasciamo alcune immagini dell’Orto Botanico, ma vi consigliamo di godervi dal vivo la bellezza di questi paesaggi.

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Ho quindici anni e vivo a Verona. Se non mi trovate chiuso in casa a leggere manga o libri fantasy, cercatemi al mare o al lago, anzi, in qualsiasi luogo in cui si possa nuotare. Fin da piccolo, sono sempre stato affascinato dal paesaggio sottomarino e dalla sua tranquillità, dai colori accesi dei pesci e dalle stelle marine. Questa mia passione si riflette negli sport che pratico da anni: apnea, per poter ammirare i pesci senza bisogno di attrezzature; subacquea, per raggiungere i luoghi in cui il mio respiro non riesce a portarmi; barca a vela e kayak, per quando ho voglia di osservare l’acqua da un punto di vista differente. Da grande mi piacerebbe diventare un biologo marino, per unire due miei grandi amori: quello per il mare e quello per la scienza. Ho un sogno nel cassetto: riuscire a visitare il Giappone. Sono attratto dalla cultura giapponese per il forte contrasto tra antico e moderno, tra tradizioni millenarie e avanguardia tecnologica. Vorrei immergermi nei bellissimi paesaggi naturali del monte Fuji o perdermi nella vita frenetica di quartieri come Shibuya; imparare la scrittura kanji, che riesce a far sembrare un semplice testo un’opera d’arte, e sperimentare la cucina nipponica, così diversa da quella italiana.

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