Una squadra di triathlon in ricordo di Nina

Il guscio di Nina nasce per ricordare una neonata venuta a mancare a soli sette mesi a causa di un'infezione da Citrobacter contratta nella terapia intensiva neonatale all’ospedale Borgo Trento di Verona. A dare il là all’iniziativa è stata la mamma della piccola scomparsa, Francesca Frezza.

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Le atlete de Il guscio di Nina.
Tempo di lettura articolo: 3 minuti

Qualche giorno fa abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Francesca Frezza, una delle donne grazie alle quali si è portato alla luce il caso del Citrobacter, un batterio che ha causato la morte di quattro neonati e ha colpito altri nove bambini, portando a più di 96 casi di infezione. Francesca ha creato una squadra di triathlon chiamata “Il guscio di Nina”, il cui scopo è quello di raccogliere fondi per sostenere le cure palliative pediatriche. 

Da dove nasce l’idea di creare Il guscio di Nina?

Il guscio di Nina

Alcune mie amiche che mi sono state vicine nel periodo della vicenda di Nina mi hanno lanciato l’idea di creare una squadra di triathlon il cui scopo fosse quello di partecipare a gare di livello nazionale con l’obiettivo di far conoscere le cure palliative pediatriche e raccogliere fondi a sostegno delle cure stesse. Ho accolto con grande entusiasmo questa proposta e credo che sia una bellissima dimostrazione di come lo sport possa essere un supporto fondamentale per attività benefiche. A me personalmente lo sport è stato di grande aiuto perché mi ha permesso di attutire il profondo dolore in cui ero piombata dopo la morte di Nina.

Chi fa parte della squadra?

Le atlete che fanno parte della squadra assieme a me sono Orietta Gaiulli (sindaco di Peschiera Del Garda), Elisa Ciminelli, Virginia Tortella, Laura Pederzoli (grande atleta a livello internazionale di triathlon) e Alessandra Collalto. Oltre alle atlete ci sono tante persone che mi sono vicine e che con me portano avanti attività di promozione e divulgazione delle cure palliative.

Ci spiega cosa sono le cure palliative pediatriche?

Lo scopo di queste cure è quello di aiutare bambini che hanno malattie inguaribili, rare e ad alta complessità. Si focalizzano soprattutto sul dolore che queste provocano e cerca di alleviarlo. Queste cure hanno aiutato molto anche mia figlia nei suoi ultimi mesi di vita, per questo sono così legata a questo progetto e spero con il tempo di riuscire ad aiutare tanti bambini in difficoltà raccogliendo più fondi possibili da donare poi in beneficenza.

Dopo la vicenda di Nina sappiamo che lei è felicemente di nuovo mamma, che cosa si prova ?

Dicono che l’arcobaleno sia una promessa di sole dopo la pioggia, calma dopo la tempesta, pace dopo il dolore. La nascita di Levante è stata una gioia infinita, lui è la forza della mia vita. Perdere Nina e vederla soffrire così tanto mi ha fatto stare davvero molto male. Per  tanti mesi ho pensato che non aver mai potuto accogliere una nuova vita dopo la sua perdita. Credevo che non sarei mai stata pronta a vedere un altro bimbo tra le mie braccia che non fosse lei, ma ora non è più così, Levante è la mia seconda luce, insieme a Nina che splende da lassù. 

Nina (immagine d’archivio)

Come mai ha scelto questo nome per suo figlio?

Durante la gravidanza pensavo al sole che sorge, a un nuovo inizio. Levante è il mio Est, il mio ritornare a vivere dopo tantissime sofferenze che solo un genitore che perde un figlio può provare. Grazie a lui ho ripreso a vivere e a sorridere.

Pensa che Nina sia una presenza costante nella sua nuova vita con Levante?

Certamente, i segnali che Nina è vicina a me arrivano di continuo, pensa che la mattina del parto è arrivata da me un’infermiera che all’epoca di Nina lavorava in terapia intensiva neonatale a Borgo Trento. L’ho subito riconosciuta, mi ha chiesto se avessi avuto  piacere che lei mi assistesse durante il parto. Ho detto immediatamente di sì, senza pensarci due volte, è stato un messaggio che mi ha mandato. Infatti tutto è andato per il meglio.

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