Monica Consolini e il giro del mondo in bicicletta

E’ tornata a casa dopo due anni di viaggio Monica Consolini, una giovane abitante di Lazise che nel 2024 aveva lasciato lavoro, famiglia e amici per partire con un solo obiettivo: non fermarsi mai.

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Monica Consolini, nata e vissuta a Lazise, era, fino a due anni fa, ingegnera energetica libera professionista e guida ambientale escursionistica AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Nel gennaio del 2024, precisamente il 13, ha scelto di dare una svolta alla sua vita partendo da sola con la sua bicicletta Papasia per andare a visitare il mondo, attraversando 25 paesi e percorrendo 31075 km dall’Europa, all’Asia fino all’America. Come ha dichiarato in un articolo del giornale L’Arena, ciò che l’ha portata a partire e poi continuare ad andare avanti è stata la curiosità che fin da bambina ha sempre coltivato insieme alla passione per la natura. Abbiamo, noi di Ermes, avuto la possibilità di intervistarla e di raccogliere la sua importantissima testimonianza.

Monica, quando è nata questa idea e in che modo?

L’idea è nata una decina di anni prima di partire quindi quando avevo tra i 22 e i 23 anni quando per caso, un mio collega di lavoro mi aveva detto che c’era una ciclabile che dal Lago di Garda portava a Innsbruck. Io abito a Lazise e ho sempre visto molti turisti ma non mi ero mai domandata da dove arrivassero quindi, sapendo che in tantissimi ogni anno vengono al lago ho pensato che quella ciclabile dovesse essere davvero bella. Così in quell’anno sono andata con una mia amica durante l’estate: siamo partite con una bicicletta vecchissima e con due borse. In questo viaggio di 250/300 km che mi sembrava lunghissimo, mi sono accorta che se il viaggio non lo avessi guardato nel complesso, ma lo avessi diviso in tappe di 70/80 km sarei potuta andare ovunque e fare anche il giro del mondo. Da qui è nata l’idea che un giorno sarei partita per il giro del mondo.

Deserto del mangystau Kazakhstan

Da dove viene il nome che hai dato alla tua bici?

La bici si chiama Papasia ma in realtà io volevo chiamarla Camomilla perché a me piace molto e infatti la bevo sempre, però non suonava bene anche se aveva delle similitudini con la bici infatti fa bene alla salute, ti mantiene calma, ti distende, però proprio non suonava. Durante l’ultimo giorno in Turchia, la famiglia che mi ha ospitato mi ha detto che il bar sotto casa loro si chiamava Loresima che in lingua Laz, una minoranza etnica, significa proprio camomilla. Non so il perché, ma la mia mente ha registrato Papasia quindi, quando sono ripartita, ho cominciato a chiamarla così perché mi piaceva come suonava. Una settimana dopo ho riletto delle vecchie pagine del diario di viaggio e ho letto che il nome era Loresima ma il nome è comunque rimasto Papasia.

Durante le tappe, dove ti fermavi per dormire o per procurarti i beni di prima necessità?

Tenevo tutto sempre con me dentro ad alcune borse agganciate alla mia bicicletta. Per dormire, ovviamente quando non ero nelle città ma quando ero fuori, cercavo il più possibile un posto in cui nessuno poteva vedermi per piantare la tenda. Se mi trovavo in difficoltà o non mi sentivo sicura, chiedevo consiglio alle persone, che ho sempre trovato molto ospitali, infatti la maggior parte delle volte mi invitavano a casa loro oppure mi dicevano dove posizionare la tenda. Per recuperare il mangiare mi rifornivo nei supermercati o nei piccoli negozietti di paese, questo anche per l’acqua anche se a volte la filtravo.

Hai incontrato dei momenti di difficoltà? Ci sono stati dei momenti che ti hanno fatto pensare di lasciare tutto e tornare a casa?

In realtà è successo tutto il contrario: quando ero in Mongolia mi sono ammalata e ho preso la Polmonite abbastanza grave, quindi c’è stato il rischio che dovessi tornare a casa perché fisicamente non potevo andare avanti e la mia paura era proprio quella di dover tornare a casa perché io volevo andare avanti. Fortunatamente mi sono ripresa e sono riuscita a proseguire senza dover tornare a casa. Un altro problema da affrontare è stato quando ero in Perù durante la stagione delle piogge e un cavo della luce era caduto, io sono caduta a terra di faccia non avendo visto il cavo che mi aveva fermato la bicicletta. Mi sono rotta un piccolo osso del polso e ho perso un dente e per questo mi sono dovuta fermare una quarantina di giorni. Tramite una serie di coincidenze, una cugina che abita lì vicino e una associazione, sono stata ospitata fino a quando non ho sistemato tutto e sono ripartita.

Passo ak baykal -montagne del Pamir- Tjikistan

Quali sono stati i paesi più belli che hai visto e quali culture ti hanno maggiormente affascinata?  Cosa porti con te di bello da questa esperienza?

I paesi sono tutti bellissimi perché tutti differenti, ma quelli che mi sono rimasti più impressi sono quelli un po’ più distanti da noi come per esempio la Mongolia, la Cina e tutta la parte asiatica ma anche il sudamerica come il Cile, dove ci sono culture molto diverse. Sicuramente porto con me la generosità delle persone e la loro ospitalità perché ho notato che le persone sono buone in davvero tutte le parti del mondo al  di là di ciò che ci raccontano e che ci viene detto. 

Sei contenta di essere tornata a casa? Come ci si sente a riprendere la propria vita quotidiana?

In un primo momento è bello tornare a casa perché chiaramente rivedi la famiglia, gli amici e recuperi tutto quello che hai perso in due anni perché la loro vita va avanti e non la condividi per tutto questo tempo. Dall’altra parte però è difficile riabituarsi perché l’occidente ha dei ritmi elevati e delle priorità completamente diverse da quelle che avevo io in viaggio, infatti per questo non mi sento ancora del tutto tornata.

Monica accolta al suo rientro dalla Polizia Locale di Lazise

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