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Con l’intera filiera della musica ferma da più di un mese, appaiono evidenti i primi effetti del coronavirus sul mercato discografico italiano. Negozi e catene di intrattenimento chiuse, molte pubblicazioni rimandate già a dopo l’estate e sale di registrazione inaccessibili offrono un quadro potenzialmente molto negativo.

Già dalle prime settimane emergono, infatti, evidenti i cali sul segmento fisico (CD e vinili) di oltre il 60%, sui diritti connessi di oltre il 70% (dovuta alla chiusura di esercizi commerciali e dall’assenza di eventi) e sulle sincronizzazioni in grave sofferenza. Infatti uno dei fattori più risentiti sono anche il posticipamento o l’annullamento dei concerti già stabiliti ancora prima della questione coronavirus da parte di alcuni cantanti.

Anche lo streaming soffre a causa dell’assenza di nuove uscite, che solitamente fanno da traino agli ascolti, e della scarsa mobilità dei consumatori (secondo i dati IFPI, in Italia il 76% di chi ascolta musica lo fa in auto, e il 43% nel tragitto casa-lavoro). Una delle piattaforme di streaming che ne risente del problema  è spotify. Le persone sono rinchiuse in casa in quarantena per il Coronavirus, ma ciò non vuol dire che stiano ascoltando musica su Spotify. E’ un calo drastico quello che registra il colosso di streaming musicale, probabilmente molto più utilizzato per chi ascolta musica in giro.

In Italia, ad esempio, da quando è stata annunciata la quarantena nazionale il 9 marzo, gli ascolti totali per le 200 canzoni più popolari non sono riuscite a superare i 14,4 milioni. Bisogna tenere conto anche che il digitale ha conquistato nel nostro Paese una fetta che rappresenta oggi oltre il 70% di tutti i ricavi. 

In deciso calo il segmento fisico, ora sceso del 13,8%: se il CD segna –20,9%, il vinile riesce invece a tenere con un +7,3%. 

«È una situazione veramente difficile perché mentre nel passato è stata una crisi di modello industriale che ha colpito una parte della filiera lasciando il live come area di compensazione questa crisi colpisce tutta la filiera con potenziali effetti durissimi che dureranno molto tempo». dice Enzo Mazza, CEO di FIMI (Federazione dell’industria musicale italiana).

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