Sono le 16:54, il mio sguardo osserva in lontananza il sole tramontare; l’autunno, più che mai emblema della nostra situazione sociale, spegne via via il nostro animo. In molti pensano, immaginano, sperano che la situazione possa cambiare. Le nostre passioni, il nostro essere, la nostra vita sono condizionate, limitate nell’espressione e non ci resta che adeguarci e aspettare. 

Affrontando queste criticità l’uomo rivela se stesso: messo al muro dagli eventi e senza più garanzie da parte delle istituzioni, può scegliere se rinnegare tutto ciò che lo ha reso tale o se in qualche modo tentare di seguire la propria coscienza e perseguire tutti i principi etici e morali che durante la storia aveva deciso di attribuirsi per farne il vero elemento discriminante rispetto agli altri esseri viventi.  

Ora, se ci facciamo caso, questo concetto, a furia di sentirlo riecheggiare perennemente nelle dichiarazioni che sentiamo in tv o che leggiamo sui giornali, è ormai entrato nell’occultante ed enigmatico mondo dell’oratoria politica. Che sia per unità nazionale o per il presunto aiuto verso il prossimo e verso se stessi, siamo continuamente invitati, chiamati od obbligati (a seconda dell’interpretazione, ma io opterei per la terza opzione) a seguire, spinti dal forviante vento della paura e soprattutto da un pretesto morale, delle direttive che incanalano tutti noi verso un binario prestabilito e accuratamente delineato.

Quanto ci piace sentirci diversi dagli altri, sentirci migliori degli altri, pensare che le nostre virtù ci elevino al di sopra, ci differenzino e ci attribuiscano qualcosa di speciale. In realtà l’uomo nella storia oltre a esaltare i propri valori avrebbe dovuto anche e forse con più prontezza mettere in guardia i posteri su uno dei pericoli più sottili e affascinanti che, se maneggiato con abilità e astuzia, può avere un impatto micidiale su coloro che ascoltano e percepiscono il mondo con un sottile accenno di superficialità: l’ipocrisia. Siamo tutti nascosti sotto la stessa maschera, posta da qualcun altro, che non solo ci fa apparire come non siamo ma allo stesso tempo ci impedisce una visione limpida della realtà. 

E da qui deriva quello che io definirei il cancro della società moderna. Sembra di vedere, e in certi casi se ne ha la certezza, cittadini che sull’onda di questa euforia credono non solo di poter giudicare il pensiero di altri, cosa chiaramente legittima, ma anche di avere la facoltà di impedire agli altri di pensarla diversamente nella completa convinzione che ciò sia giusto: una sola verità che elimina le falsità considerate pericolose. In una società normale, un’idea “sbagliata” (concedendo che ve ne siano) dovrebbe essere definita tale dal cittadino che riflettendo su di essa arriva a delle conclusioni personali e non da una censura collettiva che crea dei canali al di fuori dei quali l’espressione dell’uomo viene infangata, mitigata o nel peggiore dei casi impedita.

Perché se ci piace tanto criticare i totalitarismi del passato (o più frequentemente e astutamente prenderli come esempio solo quando ci fa comodo) e poi non ci accorgiamo che in fin dei conti per certi aspetti nel momento in cui qualcuno esce da una determinata sfera di pensieri non facciamo altro che schierarci dalla parte di tutto ciò che prima abbiamo criticato, o siamo stupidi oppure qualcuno sa esattamente quello che sta facendo. La prima ipotesi sarebbe molto triste, ma comunque improbabile, la seconda non dovrebbe farci sentire più allegri, in quanto vorrebbe dire che qualcuno ci sta imponendo cosa pensare.

In questo senso mi piacerebbe ricordare gli avvenimenti del 30 ottobre, quando a Roma una manifestazione pacifica è stata fermata dalle forze dell’ordine sulla strada che portava a Montecitorio e che, a seguito dell’inevitabile scontro con la Polizia, è stata ovviamente etichettata come appartenente a certe frange estremiste nel frettoloso tentativo di screditarne la reputazione.

Quest’ipocrisia, se da un lato esalta una falsa unità nazionale e una dubbiosa unità di intenti, dall’altra mette in evidenza l’incoerenza che domina in questi mesi il panorama italiano. Attraverso l’esaltazione della nostra “sacra” Costituzione per esempio, si sostiene giustamente come il diritto alla salute (Articolo 32) sia qualcosa di imprescindibile e inviolabile, però allo stesso tempo viene dimenticata, tralasciata o forse volutamente estromessa la libertà di associazione sancita dall’Articolo 18: “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazioni […]” e io aggiungerei “senza autocertificazioni”. L’interrogativo che mi ponevo era dunque questo: chi decide quale diritto o libertà sia più importante e su quale base? Quello che si potrebbe affermare pur non avendo specifiche competenze al riguardo, come nel mio caso, è che sicuramente l’Assemblea Costituente non ha certo elencato una serie di diritti concedendo che 70 anni dopo qualcuno andasse ad ignorarli e calpestarli.

Quello su cui vorrei tentare di far riflettere non è tanto sulla presenza o meno di un’emergenza sanitaria, ma sul fatto che ci sono dei principi costituzionali senza i quali noi non siamo nulla. Ci sono molte democrazie, tra le quali quella americana, che pur non avendo un’assistenza sanitaria pubblica hanno come principio fondamentale la libertà; una libertà che forse qualcuno di noi potrebbe considerare scontata, ma che al contrario è stata conquistata passo dopo passo con pesantissimi sacrifici. Ci sono anche molti regimi, tra i quali per eccellenza quello cinese, in cui l’assistenza sanitaria è in procinto di essere garantita a tutti, ma in cui viene esaltata la futilità dell’individuo, disintegrato dal contesto in cui si trova e ridotto all’inconsistenza che altro non è che il niente.

Vogliamo dunque incatenarci alle comode dimore della passività, del servilismo, ciechi di fronte agli eventi che ormai da troppo tempo ci stanno strappando ciò che definisce la società, il pensiero e l’essenza dell’uomo in quanto tale: la libertà? Scegliamo di rinunciare, perché di scelta si tratta, alla nostra libertà di lavorare, al diritto di avere un’istruzione adeguata e alla libertà di vivere a nostro piacimento le nostre relazioni sociali?

Io non sono d’accordo.

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