Esattamente 74 anni fa, in questi giorni di febbraio, a seguito del trattato di Parigi, iniziava l’esodo di migliaia di uomini, donne e bambini, costretti a fuggire, a lasciare la loro terra e la loro casa per scappare dalla disumanità del regime comunista di Tito. Per troppo tempo ci siamo dimenticati di questi nostri connazionali, ci siamo girati dall’altra parte e abbiamo sminuito la loro tragedia, rimasta nell’oblio per oltre quarant’anni. Ricordiamo insieme ciò che è successo, per non dimenticare, per dare alle persone che si sono spente la dignità che meritano e per sottolineare delle colpe che ricadono anche su noi italiani, incapaci, a suo tempo, di accogliere gli esuli come avrebbero meritato.

Josip Broz, nome di battaglia “Tito”

L’inizio

Tutto ha inizio con l’armistizio, quando i partigiani jugoslavi di Josip Broz, soprannominato “Tito”, cominciano a vendicarsi contro la popolazione italiana dell’Istria e della Dalmazia, profondamente odiata per l’opera di italianizzazione portata avanti durante il fascismo, concretizzata con la cancellazione delle identità delle popolazioni slave locali. Inoltre, alla figura degli italiani veniva associata quella di Ante Pavelic, posto a guida della Croazia nel 1941 proprio dalle forze dell’Asse. Il suo era stato un regime sanguinario e aveva lasciato un odio profondo nell’animo degli oppositori, che erano pronti a riversarlo contro gli istriani. Fu così che nel 1943 assistiamo a una prima ondata di violenze: le stime parlano di un migliaio di vittime, torturate e infoibate senza nessun motivo, con l’unica colpa di essere italiane. 

Il vero dramma

Alla fine della guerra, con l’occupazione definitiva dell’Istria e della Dalmazia, tra maggio e giugno, proprio quando in tutta Italia si celebra la liberazione dal nazi-fascismo, la tragedia estende le sue proporzioni: migliaia di italiani sono costretti a partire, migliaia sono infoibati, l’intero corpo di polizia di stato e carabinieri della citta di Fiume, costituito da 81 agenti, è il primo a pagare lo scotto. Convocati in caserma per depositare le arminon faranno più ritorno dalle loro famiglie. Considerando il periodo che si conclude nel 1948, si contano almeno 5 000 infoibati, ma le stime parlano di un numero addirittura quattro volte superiore, a cui vanno aggiunte le 250 – 350 000 persone che sono state costrette ad andarsene. 

Monumento alla foiba di Basovizza

«Si vedevano sparire le persone che avevi a fianco, senza sapere che fine facessero; si vedevano i palazzi svuotarsi». Questa la testimonianza di Miriana Tramontin, che nel 1947 abitava a Fiume e aveva 13 anni.

Si voleva operare una vera e propria pulizia etnica. Fu cancellata l’anagrafe e da quel momento, ufficialmente, non sarebbe più nato un italiano; le persone dovevano scegliere se restare, prendere la cittadinanza jugoslava ed essere comunque perseguitate per l’origine italiana, oppure andare via, lasciare tutto. In alcune città, come Pola, fu concesso di spedire in anticipo praticamente tutte le suppellettili, mentre in altre, come Fiume, ebbero la possibilità di portarsi solo una valigia, con la conseguente confisca di tutti gli altri beni.

Si contano violenze da ogni punto di vista, partendo da stupri, passando per razzie negli ospedali, dove i malati venivano messi a terra e venivano portati via i materassi, arrivando a razzie nelle scuole, in seguito alle quali si vedevano passare camion pieni di banchi impilati; la dignità stessa della singola persona era venuta meno.

Come si moriva nelle foibe

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente cruenta. Le persone erano ammassate presso le foibe e legate una all’altra con filo di ferro. Si sparava solo al primo della fila, che, caduto nella cavità carsica, si trascinava dietro tutti gli altri. Molti non morivano sul colpo; la caduta poteva essere attutita da chi precipitava prima o la profondità della foiba poteva non essere sufficiente per infliggere il colpo fatale; testimonianze di contadini, che sentivano le grida di dolore degli infoibati, ci rivelano come l’agonia poteva durare anche giorni.

La tragedia degli esuli

L’altro grande capitolo di sofferenze risiede nel viaggio che ha portato gli esuli a trovare rifugio nelle altre Regioni italiane. Città che avrebbero dovuto accogliere, porgere la mano, aiutare a rinascere, hanno invece costituito un motivo di emarginazione. In questo senso ci viene in aiuto la testimonianza che Fiorella Vatta, originaria di Fiume, ha lasciato in una trasmissione di tv2000. A vent’anni è partita con la sua famiglia dalla città natale per trasferirsi a Firenze, ove non ha trovato l’ambiente che sognava: 

Fiorella Vatta

«Potevamo aprire un negozio a nostre spese, ma dovevamo avere l’approvazione da parte del sindaco. Mio padre andò dal sindaco, allora comunista. Avendo visto la documentazione, disse: voi, se avete scelto di venire via, vuol dire che siete fascisti. Dovevate rimanere là»

Per non parlare delle manifestazioni, fomentate da forze politiche di sinistra, che portarono ai blocchi dei treni ferroviariPersone che avevano lasciato tutto, beni, amici, ricordi e la loro stessa terra con lo sguardo pieno di lacrime, arrivati nel luogo dove avrebbero ricominciato da zero, venivano bistrattati dai propri connazionali. Finivano molto spesso emarginati nei campi profughi per anni, disprezzati dalla gente, incapace di comprenderli, sminuiti dalla stampa e ignorati dalla politica. Erano coloro che scappavano dal paradiso comunista e quindi, dovevano per forza avere delle simpatie per il decaduto regime fascista; erano nemici dello stato, infidi, dai quali bisognava tenersi lontani.

40 anni di oblio

È possibile che ancora oggi, a 17 anni dall’istituzione del Giorno del ricordo, dobbiamo assistere al ridimensionamento, al negazionismo o alla giustificazione dei fatti, a cui, nel tempo, persone ed associazioni come l’ANPI ci hanno abituati con le loro spregevoli provocazioni? Il Giorno del ricordo è nato per legge, non dalla spontaneità e questo ci fa capire come il popolo italiano non abbia mai conosciuto realmente quello che accadde. Tito era la guida del movimento partigiano più importante d’Europa e persino gli Americani, per cercare di mantenere buoni rapporti, scelsero di tacere. Palmiro Togliatti, che per il personaggio ebbe grande ammirazione, arrivò a definirlo “il nuovo Garibaldi”; una frase che è diventata il manifesto della posizione politica italiana sul tema, a cui era affine anche quella delle sfere più moderate.

Non è solo la motivazione politica che ha portato all’oblio. Si parla di circa 72 milioni di dollari, valore stimato dei beni degli esuli, con i quali la nostra nazione ha pagato i suoi debiti di guerra. Si è lasciato che 300 000 persone pagassero per tutti e rendessero Tito soddisfatto. Ricordare il fatto sarebbe stato ammettere le ingiustizie che queste persone avevano subito e di conseguenza doverle anche risarcire.

Solo il 3 novembre 1991, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, scelse di recarsi alla foiba di Basovizza, chiedendo perdono per gli anni del silenzio e solo a partire dal 2004 fu approvata la legge per istituire una giornata in cui si potesse regalare un pensiero a queste persone.

Francesco Maurizio Cossiga in visita alla foiba di Basovizza

Perché ricordare

Il ricordo è la cosa più importante e soprattutto non è mai fine a se stesso. Non si deve ricordare per fare strumentalizzazione politica e per creare tensioni su cui dibattere. Sarebbe bello vedere un ricordo comunitario, un ricordo che si soffermi sulle persone, non sui numeri; una memoria collettiva per dare dignità alla morte terribile che hanno subito questi uomini e queste donne, che non hanno avuto neanche un luogo di sepoltura, una tomba dove i famigliari potessero piangerli. È difficile soffermarsi sui drammi della contemporaneità, figuriamoci su quelli del passato; ma quello che basta è un pensiero, un pensiero in onore dell’importanza di ogni singola vita umana che si è spenta in quei terribili cinque anni.

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