Tempo di lettura articolo: 3 minuti

Tra il 6 e il 7 marzo in Svizzera il 51,2% degli elettori ha votato a favore della proibizione del burqa, questo perché non è considerato tollerabile presentarsi col viso coperto in luoghi pubblici. Non è ovviamente mancata la risposta delle organizzazioni islamiche, che non hanno esitato a parlare di “islamofobia” e hanno affermato di essere disposti a pagare loro stessi le multe che verranno assegnate alle donne che continueranno a indossare burqa o niqab in pubblico. Si può parlare effettivamente di una decisione che manca di rispetto nei confronti di una diversa religione o semplicemente di una scelta che si basa su una millenaria etica occidentale?

La prima strada è sicuramente quella più agevole in questo caso per la comunità islamica, dato che, nonostante la parola “discriminazione” sia la più inflazionata del momento, riesce ancora a dare i frutti sperati, senza ovviamente considerare aspetti ormai vecchi e obsoleti come la cultura o la storia di una civiltà. Tuttavia, se si volesse analizzare il fatto con una mentalità oggettiva e con onestà intellettuale (oppure, come si direbbe oggi, politicamente scorretta), è la seconda strada quella che probabilmente ci si ritroverebbe a percorrere: la cultura islamica, nonostante si sia integrata in Occidente ormai da decenni (basti pensare che solo in Veneto sono presenti circa 142200 islamici) ha da sempre trovato troppi pochi punti in comune e soprattutto pochi punti d’incontro con la società con cui conviveva. 

Il manifesto a favore del “sì”

La figura femminile

Le premiazioni durante la finale

Se da una parte si combatte arditamente per la parità dei sessi e per l’uguaglianza, dall’altra non vengono condannati contesti nei quali la donna viene completamente subordinata all’uomo e anzi talvolta non viene nemmeno considerata. La cultura islamica ci ha abituati sicuramente a episodi di cui sicuramente non dovrebbe andare fiera e che fanno costantemente rabbrividire l’Occidente. Un esempio molto recente è stata la finale di Coppa del Mondo per club che si è tenuta ad Ar Rayyan, in Qatar. Il misfatto ha preso vita durante le premiazioni, dove lo sceicco Al Thani, se in un primo momento stringe la mano a calciatori e dirigenti, non degna poi nemmeno di uno sguardo le due donne facenti parte della terna arbitraria: si attende altra carne da mettere sul fuoco in occasione dei Mondiali del 2022, che si terranno proprio in Qatar. Non è forse diventato insufficiente il semplice scandalo che scaturiscono questi episodi, quando però non si fa nulla per impedirli?

Il referendum svizzero è uno dei primi passi che l’Occidente muove affinché anche la cultura islamica si adatti al contesto in cui si trova, ma nonostante questo si sono già presentati i primi ostacoli. Arriverà il momento in cui l’opinione pubblica interpreterà tali passi come riforme razziste e in cui non mancheranno i paragoni sempreverdi con le leggi razziali: tutte parolone che, semplicemente per il fatto di essere tali, e non per avere un fondamento logico, troveranno consenso. Sarà quello il momento in cui questo tentativo cadrà in frantumi, e si ritornerà alla comoda ipocrisia. Sì perché una battaglia combattuta con incoerenza è una battaglia persa in partenza: se si vuole raggiungere l’uguaglianza è necessario condannare qualsiasi episodio che abbia matrice maschilista, indipendentemente dall’etnia o dalla religione del colpevole. Ormai non bastano più monologhi da palcoscenico.

L’era delle contraddizioni

Sì, probabilmente è così che si può definire al meglio il periodo storico in cui stiamo vivendo: l’era delle contraddizioni, sempre più coraggiosa e caparbia solo dove è comodo esserlo. Quanto è ironico e contraddittorio un mondo dove la visione degli Aristogatti viene vietata ai bambini, ma allo stesso tempo non si osa sindacare su una cultura che sminuisce in un modo palesemente considerevole il sesso femminile? In questo caso attaccare la comunità islamica non significa non tollerarla (anche perché, va detto, l’Islam non è solo sessismo), bensì fare in modo di adattarla ad un contesto occidentale: riuscire a superare questo processo è oggigiorno come vagare in un campo minato e risulta difficile immaginare un futuro dove la critica, nei casi in cui tocca il piano etico, non venga ridotta a squallido razzismo: talvolta vivere in un paese dove si è molto bravi solo con un microfono in mano e dove è tradizione filosofeggiare per schierarsi anche quando non c’è bisogno si rivela essere poco pratico ed estenuante, quando in realtà in certi casi è più efficace essere sinceri, o addirittura neutrali, come la Svizzera. 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here