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Nasceva esattamente 132 anni fa Charlie Chaplin, a Walworth, un quartiere di Londra. Viene considerato tutt’oggi uno degli artisti più influenti del ventesimo secolo, nonché uno dei padri della cinematografia: responsabile di essere probabilmente uno dei primi a portare sul grande schermo non solo prodotti di qualità dal punto di vista tecnico, ma anche concettuale, è probabilmente la testimonianza vivente di come il cinema comico possa trasmettere in realtà messaggi e valori profondi. In ogni sua opera risulta infatti palese la critica che viene mossa, con però toni sempre tenui e delicati, si prenda per esempio “Tempi Moderni”.

Un giovane Charlie Chaplin

Tempi moderni

Le prime catene di montaggio

Pellicola del 1936 diretta e interpretata da Chaplin. Bisogna valutare questo prodotto prendendo anche in considerazione il contesto storico che da decenni veniva affermandosi: la prima Rivoluzione Industriale è ormai una solida realtà e se da una parte ha già portato i suoi frutti, dall’altra si è inevitabilmente rivelata essere una coperta troppo corta per tutta la società. Nonostante abbia posto le basi di quello che è il sistema capitalistico odierno, d’altro canto ha anche messo alla luce quanto sia spietata l’ingordigia e l’insaziabilità umana, costringendo a vivere gran parte della popolazione ai limiti della sopravvivenza, senza disponibilità economica e alcuna aspettativa per il futuro. Ciò che ha preso piede nell’Inghilterra del XIX secolo viene detta “rivoluzione” proprio perché nasceva grazie ad una nuova concezione di mercato e di consumo: si parla ovviamente del liberismo economico di Adam Smith.

Uno dei punti cardine di questo pensiero si può dire essere la libera concorrenza, che nasconde caratteristiche in realtà rivoluzionarie per l’epoca. Per la prima volta infatti, le regole del gioco le decide il consumatore stesso: è lui a dettare legge e a determinare la produzione; i prezzi stessi sono fissati dal famoso gioco della domanda e dell’offerta, il tutto immerso in un mercato libero e concorrenziale. Le aziende non possono inoltre decidere unilateralmente i prezzi proprio perché a deciderli è la domanda dei consumatori. Tutto questo infiocchettato con un profitto che spetta esclusivamente al singolo imprenditore, che ai suoi operai non deve altro che un simbolico stipendio di sussistenza (si intende la famosa “Legge bronzea dei salari”) e ovviamente con quello che probabilmente sta al centro della riflessione di Chaplin: la specializzazione del lavoro, secondo cui la produzione incrementa notevolmente se il singolo lavoratore si specializza in un singolo passaggio, e non nell’intera costruzione del prodotto.

E’ qui che entra a gamba tesa “Tempi Moderni”: la scena che probabilmente rimarrà più impressa allo spettatore è infatti quella in cui il protagonista, assuefatto ormai dallo stesso movimento che muove a ripetizione, finisce per incastrarsi tra gli ingranaggi del macchinario. Il tema che viene trattato in questo caso è l’alienazione a cui ha portato la catena di montaggio: compiere sempre lo stesso gesto per ore (spesso per tutta la vita) soffoca qualsiasi ambizione, oltre a rappresentare uno sforzo fisico sovrumano, fino ad alienare l’uomo dalla realtà. Nella stessa scena viene toccata anche la figura dell’insaziabile imprenditore, che ha occhi e orecchie ovunque e che spreme i propri operai. In entrambe le scene le dinamiche vengono imbevute di una comicità palese che inevitabilmente fa scaturire la risata, spesso con caricature o esagerazioni, prima con il protagonista che tranquillamente sguscia in mezzo alle macchine (continuando comunque incessantemente il suo lavoro) e dopo con la figura del direttore dell’azienda, che spia i propri dipendenti persino quando sono al bagno, ordinando loro di tornare immediatamente al lavoro.

Karl Marx

Tuttavia, se si potesse intervistare un operaio in piena rivoluzione industriale, probabilmente l’alienazione è l’ultimo problema di cui si lamenterebbe, dato che nell’altra faccia della medaglia si presentavano problemi ancora più concreti, come uno sfruttamento del lavoro e una totale mancanza di igiene nelle case, immerse in città sempre più in balia di un incombente urbanesimo. Tutto ciò non per giustificare le violenze che un signore tedesco sta incitando nel frattempo, dopotutto sarebbe molto ipocrita per l’uomo del 2021 criticare la prima Rivoluzione Industriale: sì perché se si sta godendo tranquillamente il proprio pacco Amazon arrivato in poche ore, probabilmente il merito è proprio di Adam Smith.

“We think too much and feel too little…”

Considerato da molti il suo più grande capolavoro e l’opera che di fatto lo portò in auge, “Il Grande Dittatore” (1940) è un vero e proprio gioiellino. Palese parodia delle dittature nazi-fasciste, le venne ben presto attribuita l’importanza e la maestosità che le spettavano, tanto che se da una parte in Europa rimase censurata per anni, dall’altra negli Stati Uniti nel ’41 venne candidato a cinque premi Oscar. La scena clou è probabilmente il monologo finale, dove Chaplin toglie ufficialmente la maschera da personaggio comico e parla da uomo a uomo con lo spettatore. Qualsiasi frase di questa lunga riflessione è una citazione immortale, scritta in maniera eccelsa dallo stesso Chaplin con periodi brevi e coincisi, ma di un’efficacia disarmante: il modo con cui smantella i dogmi di cui erano sature le società europee lascia senza parole ed è letteralmente da pelle d’oca. L’uguaglianza tanto sbandierata oggi, protetti però da uno schermo, viene in questo caso gridata nel bel mezzo di una guerra mondiale, a quattr’occhi con il mondo intero. “Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco” è un’altra citazione tremendamente attuale, in contesti però diversi. Se ieri infatti ci si ritrovava in dinamiche bellicose che hanno finito per infangare la dignità umana, oggi ci si ritrova in un’era digitale talmente fitta da aver influenzato persino il nostro aspetto interiore, che ormai ricorre ad una gamma di emozioni predefinite che per giunta stentano ad emergere: si tratta in entrambi i casi di guerra?

Il primo piano nel famoso monologo

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