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Che sia frutto di effetti speciali all’avanguardia, o all’interno di opere millenarie, la figura dell’eroe ha da sempre affascinato l’uomo ed è stata spesso messa al centro dell’attenzione, analizzandone i punti di forza, le debolezze e la storia. Oggigiorno, più che semplici eroi, la parola che spesso attira più l’attenzione e che riconduciamo più direttamente al mondo della cinematografia è “supereroe”. Basti pensare alla quantità di fan e di incassi che ha ormai da decenni la Marvel, che può vantarsi di aver creato prima i personaggi, e poi di conseguenza anche film, che sono riusciti a segnare intere generazioni ed emozionare, nonostante le dinamiche estremamente fantasiose.

Eroi greci

La prima edizione di Hulk, originariamente di colore grigio

Come spesso accade, tuttavia, molte delle figure che cominciarono a fiorire tra le fumetterie statunitensi del secolo scorso hanno in realtà radici più antiche e antenati che le ricordano in molti aspetti. Si può fare un esempio proprio con Hulk, di cui proprio oggi si ricorda la nascita: la figura dell’eroe estremamente forte, ma che non è in grado di controllarsi e mette a repentaglio la vita delle persone che lo circondano. Questo potrebbe essere riconducibile, banalmente, al personaggio di Aiace, rappresentato da Omero nell’Iliade. Un guerriero dall’enorme prestanza fisica e dalle straordinarie doti belliche che decima l’esercito troiano, ma che finisce per perire nelle dinamiche più inaspettate. Il tema toccato dall’autore in questo caso è la pazzia (che può essere messa a confronto con l’incontrollabile rabbia che prende il personaggio Marvel) che prende il possesso della mente dell’eroe greco: questo, in seguito ad un’ingiustizia subita dal comandante Agamennone, viene accecato da questo sentimento indomabile, che lo porta a sterminare l’intero allevamento che aveva a disposizione il suo esercito, convinto che si trattasse dei suoi stessi soldati. L’episodio termina in modo estremamente drammatico, con la derisione dei commilitoni e con “l’extrema ratio” del protagonista che, di fronte alla vergogna e alle risate dei soldati, decide di togliersi la vita. Proprio nell’Iliade si possono ritrovare moltissimi esempi del genere, come la figura dell’eroe non tanto forte fisicamente, ma dall’infinita astuzia e caparbietà, che viene incarnato dal personaggio di Ulisse, oppure quella dell’uomo valoroso e coraggioso, che non teme la morte, che nell’antichità greca è rappresentato da Ettore.

Esistono però anche altre figure più complesse e, probabilmente, meno conosciute. Affascinanti infatti le vicende che vedono protagonista Prometeo, divinità greca il cui mito viene narrato all’interno del Prometeo Incatenato”, opera del tragediografo greco Eschilo, risalente al V secolo a.C. e facente parte di una trilogia più ampia. Qui viene disegnata la figura dell’eroe che risiede dentro ognuno di noi (concetto estremamente moderno), che decide di aiutare il più debole (Prometeo fu infatti colui che rubò il fuoco per donarlo agli uomini), fino a morire per la buona causa. Il tutto poi finisce per sfociare nel tema del titanismo, ovvero la consapevolezza di stare per scontrarsi con qualcosa di più grande e forte di se stessi, con una fine inevitabile e tragica che incombe (tematica che tornerà in voga anche nel teatro occidentale del ‘700 e ‘800, ad esempio con Alfieri). La debolezza in questo caso dell’eroe è, paradossalmente, la conoscenza: il fatto che lui sappia il nome di colui che spodesterà Zeus, senza però volerlo confessare, rappresenta nel mito uno dei motivi per i quali venne condannato a una pena dolorosa e perpetua. Questo aspetto è in realtà più profondo e complesso di quanto potrebbe sembrare: la classica frase “beata ignoranza” non è un intercalare snob e supponente, ma sta ad indicare in realtà che l’ignoranza, intesa come l’essere all’oscuro di qualcosa, permette all’uomo di vivere la propria vita, senza le pene a cui invece la conoscenza potrebbe condurre. 

L’atroce e perenne punizione di Prometeo

Si può parlare anche di “eroe debole”, quando ad esempio ci si riferisce alla figura di Giasone, in particolare nella sua rappresentazione nelle “Argonautiche” di Apollonio Rodio, compositore greco del III secolo a.C.. Viene definito in questo modo per via del paradosso che sta alla base dell’opera, cioè una totale mancanza di motivazioni che giustifichino le sovrumane gesta del protagonista, il cui obiettivo è recuperare il mitico “Vello d’Oro”, che secondo le leggende sarebbe stato in grado di guarire qualsiasi ferita. Il personaggio, che smuove mari e monti per motivi che di fatto anche a lui sono ignoti, rappresenta una crisi d’identità non personale, ma di un’intera società, che esegue ordini e svolge i propri compiti senza sapere a cosa in realtà porterà questo duro lavoro: anche in questo caso emerge l’attualità che ne sta al centro. Anche oggi infatti ci si ritrova ad interrogarsi sul proprio scopo in un mondo sempre più frenetico e affollato, che di certo non si fermerà e non si abbatterà se verrà a mancare il proprio personale contributo.

Il bisogno di un antagonista

Ma perché si sente il bisogno, oggi come nel passato, di creare queste figure eroiche e, soprattutto, i rispettivi antagonisti? Il gesto di plasmare un eroe a proprio piacimento è estremamente duttile e soprattutto può avere un potere mediatico considerevole, basti pensare a una delle prime edizioni di Capitan America, risalente al 1941, che vedeva il supereroe statunitense prendere a pugni Adolf Hitler. Tuttavia questo bisogno può essere interpretato anche come un modo per dare un esempio, inteso non solo come un alibi per divulgare valori, ma per evidenziare “il cattivo” e “il buono” che fanno parte di qualunque società moderna, e non. È proprio a questo punto che ci si può affidare ad un monologo del 1983, dove Al Pacino, nelle vesti dell’antieroe che segnò un’epoca, afferma che la società ha bisogno del proprio antagonista, del proprio nemico comune contro cui poter puntare il dito, con la consapevolezza di avere il consenso della maggioranza, e portandosi così alla coscienza una buona dose di superiorità artefatta ed edulcorata, che però tiene a galla l’essere umano.

Al Pacino in Scarface, 1983

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