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Nel corso dei secoli il ruolo della donna è cambiato notevolmente a seguito di un processo storico e culturale che l’ha portata ad essere una figura fondamentale nella società di oggi. Per comprendere la veridicità di queste affermazioni, bisogna fare un passo indietro nel tempo, partendo dalle origini dell’uomo, la preistoria, e arrivando fino ai giorni nostri.

Infatti, la donna è presente tra i primi oggetti di culto creati dall’uomo: al tempo si pensava che avesse un legame stretto con la terra e, per questo motivo, essa rappresentava una prima forma di divinità, capace di generare vita e dare nutrimento

Statuine raffiguranti donne-divinità di epoca preistorica

Era la donna che assicurava la sopravvivenza della comunità: essa si dedicava alla cura dei figli, alla raccolta di erbe, radici e frutti (dei quali conosceva le parti commestibili e le proprietà medicinali) e alla cattura di piccoli animali. Al tempo la società era ritenuta di tipo matriarcale, dal latino mater, ovvero “madre”.

Tuttavia, le cose iniziarono a cambiare con l’introduzione della caccia, che veniva praticata dagli uomini poiché era necessaria la forza fisica: l’uomo era più forte e, inoltre, la donna era spesso incinta quindi non poteva fare grandi sforzi. 

Con l’introduzione dell’allevamento, l’uomo assunse sempre più importanza e, così, al matriarcato venne a sostituirsi il patriarcato. L’estromissione dalle attività produttive generò anche l’estromissione dalla gestione della comunità e, più in là, del potere pubblico.

La donna nell’antichità

Nel periodo egizio, solo la donna appartenente alle classi sociali elevate era considerata pari all’uomo. Le donne potevano studiare e sposandosi continuavano a disporre dei loro beni, mantenendoli anche in caso di divorzio. La loro condizione normale era proprio quella di spose. Il tipo di lavoro che svolgevano dipendeva dalla loro posizione sociale o da quella dei mariti. Inoltre, si occupavano anche di compiti molto specializzati ed esclusivi, come quello di nutrice.

Nella civiltà greca, troviamo due tipologie di donne: quella ateniese e quella spartana: la donna ateniese viveva in una condizione inferiore rispetto a quella della donna spartana. Era sottoposta a vita alla tutela di un uomo (prima il padre, poi il marito, il figlio o il parente più prossimo) e veniva esclusa dalla dimensione pubblica della società, dalla cultura, dalla politica e dalle manifestazioni (ad eccezione di alcune cerimonie religiose). Viveva nel gineceo, dove si dedicava esclusivamente alla cura dei figli e della casa. Non era ammessa a scuola, quindi veniva educata dalle nutrici alle classiche mansioni domestiche, quali filare, cucire e cucinare. All’età di 13 anni doveva sposarsi e a decidere il marito era il tutore o il padre. Solo alla donna veniva richiesta la fedeltà nella coppia, mentre l’uomo poteva avere anche altre donne, chiamate concubine.

Donne nell’antichità

Al contrario, la donna spartana veniva valorizzata dalla società e veniva posta allo stesso piano dell’uomo, pur mantenendo delle differenze nei ruoli: doveva essere madre e donna modello, rappresentando un esempio costante e ponendosi come custode dei valori fondanti. Fin da bambina praticava sport, poiché l’educazione atletica aveva importanti effetti su di essa: la rendeva più bella, più forte e più fiduciosa ed era un modo per generare figli sani, che poi sarebbero diventati validi guerrieri. Inoltre, non vi era alcuna forma di reclusione domestica: poteva partecipare ai banchetti con il marito, uscire e passeggiare tranquillamente per la polis. Tuttavia, non poteva indossare gioielli e la veste non doveva essere colorata. 

Nella civiltà romana, la donna era del tutto esclusa dalla politica ed era destinata soltanto al matrimonio e alla maternità. Anche per esercitare i diritti civili (sposarsi, ereditare, fare testamento) aveva bisogno del consenso di un uomo. Inoltre, non aveva un nome proprio: le veniva attribuito solo il nomen, cioè il titolo della famiglia a cui apparteneva, usato al femminile. Da bambina veniva istruita per lo più riguardo l’economia domestica fino all’età di 12-14 anni, quando si sposava con un matrimonio combinato, contrattato dal padre con il futuro marito. Il dovere della donna sposata era quello di essere fedele al marito, dirigere la casa, partorire figli, curarli e istruirli fino all’età di sette anni: da quel momento essi passavano sotto la tutela del padre e la madre non aveva più nessuna influenza su di essi. 

Nel mondo medievale la donna era considerata un essere inferiore, cosa che era confermata e ribadita dalla Chiesa. La nascita di una bambina era vista come una disgrazia, e provocava nel padre l’angoscia per la dote che le avrebbe dovuto fornire. La sua vita era destinata alla cura della casa e alla procreazione: infatti, viveva sempre chiusa in casa, fatta eccezione per i momenti in cui accompagnava la madre in chiesa. La vita pubblica della donna era assai limitata e chi non si sposava veniva mandata in un convento

La donna nell’età moderna

Dalle informazioni riportate sopra, si può notare come la donna sia passata dall’essere una figura importantissima (tanto da essere considerata come una divinità) ad una figura considerata come una disgrazia, come un mezzo per la cura dei figli e della casa.

Tuttavia, nel corso dell’età moderna, il suo ruolo subisce ulteriori cambiamenti: da un lato si assiste ad una maggiore partecipazione alla vita pubblica e agli eventi mondani, ma dall’altro solo chi apparteneva alle classi sociali più elevate aveva accesso agli studi accademici e ai ruoli di prestigio. Inoltre, in campo scientifico erano presenti degli standard: la donna doveva essere bella, colta e in grado di governare la casa, il marito e i figli. Per questo motivo, le donne che potevano avvicinarsi agli studi erano costrette a scegliere le lettere e l’arte. 

Maggiori progressi li abbiamo a partire dal ‘500 con la nascita di scuole riservate alle donne, soprattutto a quelle appartenenti alla borghesia, nelle quali imparavano a governare la casa, a leggere e a scrivere.

Nel ‘600 le donne avevano come unico scopo quello di diventare buone mogli: erano infatti sempre istruite, sapevano leggere e scrivere. Dovevano provvedere a una dote matrimoniale (in base ai beni familiari) e, se non si sposavano, venivano mandate in convento, dove imparavano a filare, tessere, cucinare e governare la casa.

Le rivoluzioni femminilli

Nel mondo occidentale tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 le donne iniziarono a far sentire la loro voce.  

In seguito, una data sicuramente importante da ricordare è l’1 febbraio 1948, quando alle donne viene concesso a livello internazionale il diritto di voto, mentre, nel 1975, la moglie viene riconosciuta alla pari del marito

1 settembre 1948, diritto di voto alle donne

Da tutte queste informazioni possiamo trarre un aspetto molto importante, ovvero il fatto che alla donna è sempre stata affidata la cura della casa e dei figli, poiché era ritenuta inadatta per svolgere cariche pubbliche. In realtà, questo è un falso pregiudizio, basato prevalentemente sull’aspetto fisico: la donna ne sarebbe stata capace tanto quanto l’uomo, ma al tempo questa idea sembrava assurda.

Come disse Desmond Morris :«Gli uomini e le donne non hanno seguito il cammino evolutivo nello stesso modo. Entrambi hanno percorso un bel tratto lungo il sentiero degli «adulti-bambini», ma sono avanzati a velocità lievemente diverse in alcuni tratti: gli uomini sono un po’ più infantili nel loro comportamento, le donne nella loro anatomia».

In fin dei conti, non si potrebbe ritenere inutile il ruolo della donna della società, essendo proprio lei la procreatrice di nuove vite: senza di lei, non ci sarebbero nuove generazioni.

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