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La pratica della mummificazione è uno dei maggiori tesori che l’antico Egitto ci ha lasciato in eredità, soprattutto in campo medico. La capacità degli antichi nella conservazione del corpo ha svoltato per sempre le conoscenze scientifiche. Grazie infatti ai corpi mantenuti in buono stato è stato possibile studiare malattie tutt’oggi pericolose per l’uomo come la malaria o scoprire che gli antichi utilizzavano piante simili all’oppio come antidolorifici.

Gli egizi, per primi, grazie alle loro conoscenze sono riusciti a bloccare il decorso della decomposizione. Tale processo è sempre stato però un segreto, conosciuto soltanto dai sacerdoti che si occupavano della cura dei cadaveri. Grazie ad Erodoto e con l’arrivo di nuove tecniche di studio, si è finalmente scoperto quali processi e prodotti impiegavano questi ultimi.

Ma per comprendere come la mummificazione avvenisse bisogna prima conoscere il processo di decomposizione al quale un organismo va incontro dopo la morte. 

Mummificazione egizia.

La decomposizione si divide in più fasi: nella prima fase il corpo è sottoposto al livor mortis, ciò implica l’interruzione del battito cardiaco e che il sangue smetta di circolare causando l’irrigidimento delle carni. In seguito abbiamo il rigor mortis dove si creano ponti chimici resistenti che legano le proteine dei muscoli causando l’indurimento dei tessuti. Arriva poi l’algor mortis, fase in cui il corpo non riesce più a trattenere il calore e si adegua alle temperature esterne. 

Da qui in poi parte il processo di putrefazione: l’epidermide assume colorazioni che vanno dal verdognolo al viola e si stacca dal corpo, i gas si accumulano nell’addome e fuoriescono grazie all’azione dei parassiti e delle larve che si nutrono dei tessuti morti. Nel giro di due anni del morto rimangono soltanto i tessuti non porosi come ossa o denti. 

Ma come facevano i sacerdoti a preservare il cadavere da questo lungo processo di disfacimento? 

Si è visto che la cera d’api fosse fondamentale per il processo di mummificazione, poiché era un potente antibatterico e un robusto sigillante. Venivano soprattutto impiegate massicce quantità di grassi, per lo più vegetali, visto che a livello chimico i grassi insaturi subiscono una polimerizzazione spontanea (avviene quando più molecole si uniscono in una più grande), creando quindi una barriera seccandosi. 

Processo della mummificazione

Essenziali anche le resine (la resina di pino) che avevano funzione antibiotiche e protettive. Importantissimi gli oli e le essenze: tra queste la cassia, il vino di palma, l’olio di cedro, il miele dorato (che aveva proprietà antisettiche), la gomma e una grande dose di incenso e mirra.

Questi oli venivano spalmati sulle bende di lino e col tempo si annerivano: a causa di ciò gli arabi ritrovando i sarcofagi scambiarono le mummie per bitume, sostanza che utilizzavano come combustibile. Da qui deriva il nome mummia, dalla parola araba mumia, che si traduce per l’appunto con bitume. 

L’umidità è il nemico maggiore del processo di mummificazione e quindi era fondamentale che il corpo fosse privato dei suoi liquidi e dei suoi organi molli, che in seguito sarebbero stati sostituiti da impacchi di cannella , mirra e stracci di lino. Per contrastare l’umidità nel corpo del defunto questo veniva completamente ricoperto con il Natron, un composto di sale e bicarbonato di sodio, per un tempo di 70 giorni circa. Molto però faceva anche l’ambiente circostante, che era secco e dalla temperatura costante. 

Di fatto gli egizi hanno compiuto un’impresa impensabile per l’epoca: bloccare il decorso del tempo. Anche per questo tutt’oggi lo consideriamo un popolo avanguardista.

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Mi chiamo Stella, ho 15 anni e frequento il secondo anno di liceo classico. Mi piacciono molte delle materie che sto affrontando a scuola; in particolar modo storia, letteratura e greco. Quando non sono a scuola mi diletto nel praticare sport: infatti sono una ginnasta da quasi sei anni. Ho una famiglia molto numerosa composta da due sorelle più grandi che non vivono con me e cinque fratelli maschi, tutti più piccoli. Con Sabrina, la secondogenita dalla parte di mio padre, ho un rapporto bellissimo nonostante la distanza. Ho la fortuna di avere buoni amici che mi tengono sempre molta compagnia nonostante io mi ritenga molto indipendente come persona. Quando sarò un po' più grande non so esattamente cosa vorrò fare, ma sono sicura che opterei per qualche lavoro socialmente utile che mi permetta di stare con bambini e ragazzi più giovani.

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