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180 anni fa esatti Giuseppe Verdi mostrò al pubblico una delle sue opere più famose, il Nabucco. L’opera lirica verdiana debuttò, infatti, al Teatro Alla Scala di Milano, il 9 marzo 1842, diventando poi un simbolo del Risorgimento italiano, e un’opera di fama eterna.

La nascita del capolavoro

Giuseppe Verdi

Il Nabucco fu composto da Giuseppe Verdi, in un momento turbolento della vita del compositore.

Alla perdita della moglie Margherita Barezzi e dei figli Virginia e Icilio (deceduti entrambi nel primo anno di vita), si aggiunse il fallimento dell’opera Un giorno di regno (debuttata il 5 settembre 1840 al Teatro alla Scala di Milano).

In questo periodo tormentato, Verdi stava riflettendo sulla possiblità di abbandonare la musica e la lirica, quando, nell’estate del 1841, il suo impresario, Bartolomeo Merelli, gli propose di musicare un libretto di Temistocle Solera, intitolato Nabucco.

Inizialmente Verdi rifiutò, memore del suo precedente insuccesso, e ancora scosso dalle vicende familiari, poi, leggendo il libretto, si innamorò del Nabucco e, ancora titubante, cominciò, a poco a poco, a comporre l’opera che gli avrebbe assicurato eterna fama.

Volantino pubblicitario del Nabucco

Composto in meno di un anno, il Nabucco debuttò, come dicevamo, mercoledì 9 marzo 1842 al Teatro alla Scala di Milano, riscuotendo enorme successo.

La trama

Atto I

Gli ebrei sono stati sconfitti dal re babilonese Nabucodonosor

Il pontefice Zaccaria cerca di risollevare il suo popolo, rivelando loro di essere riuscito a catturare la figlia del re nemico, Fenena.

Della giovane s’innamora Ismaele, ebreo e nipote del re di Gerusalemme. Mentre cerca di liberarla, arrivano la schiava Abigaille e lo stesso Nabucodonosor. 

Zaccaria vorrebbe eliminare Fenena, ma l’intervento di Ismaele lo impedisce. Gli ebrei lo maledicono, in quanto traditore.

Atto II

Nabucodonosor è assente e Fenena sta regnando in suo nome. Abigaille trama per ucciderla e privarla del potere, mentre Fenena è convertita all’ebraismo dal pontefice Zaccaria.

Abigaille sta per raggiungere il suo scopo, approfittando di una notizia falsa che annuncia la morte di Nabucodonosor, ma, improvvisamente, il re torna e, tra lo scandalo degli ebrei, si proclama dio.

Atto III

Moderna rappresentazione del Nabucco

Abigaille, spodestato Nabucodonosor, regna in modo tirannico e sanguinario.

Ha infatti deciso che i prigionieri ebrei dovranno essere sacrificati. Anche Fenena dovrà essere uccisa, per essersi convertita alla religione del nemico.

 Nell’attesa del martirio, gli ebrei intonano il celebre canto Va’ pensiero, in cui esprimono la nostalgia per la terra amata e perduta.

Atto IV

Nabucodonosor, alleatosi con gli Assiri, giunge in tempo a Babilonia per salvare la figlia. Abigaille si toglie la vita ma, prima di morire, chiede perdono a Fenena ed intercede presso il sovrano, affinché acconsenta al matrimonio della figlia con Ismaele.

Il Va’ Pensiero: simbolo del Risorgimento italiano

Il Va’ Pensiero, coro del terzo atto del Nabucco, divenne ben presto quello che ad oggi definiremmo “un tormentone”.

Il Va’ Pensiero, intonato dagli Ebrei, prigionieri a Babilonia, che ricordano con nostalgia Gerusalemme, in una Milano sottoposta al dominio austriaco, con il crescente desiderio di un’Italia unita, diventò l’emblema del Risorgimento italiano.

Così, quello che agli occhi austriaci era un semplice coro, divenuto famoso, era invece simbolo di un desiderio collettivo, che avrebbe portato, negli anni successivi, alla nascita del Regno d’Italia.

Cominciarono a comparire a Milano scritte che recitavano VIVA VERDI!, acronimo ben nascosto dietro ad un elogio al maestro, che significava invece Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia.

In seguito al compimento del progetto di unificazione dell’Italia, il Va’ Pensiero fu proposto come inno nazionale, ma, a causa della sua eccessiva musicalità, fu scartato, e fu preferito Fratelli d’Italia, composto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro.

Va, pensiero, sull'ali dorate;
va, ti posa sui clivi, sui colli,
ove olezzano tepide e molli
l'aure dolci del suolo natal!

Del Giordano le rive saluta,
di Sionne le torri atterrate.
O, mia patria, sì bella e perduta!
O, membranza, sì cara e fatal!

Arpa d'or dei fatidici vati,
perché muta dal salice pendi?
Le memorie nel petto raccendi,
ci favella del tempo che fu!

O simile di Sòlima ai fati
traggi un suono di crudo lamento,
o t'ispiri il Signore un concento
che ne infonda al patire virtù!

Dopo 180 anni, non resta che ascoltare le note senza tempo del Va’ Pensiero, lasciandosi incantare! 

Rappresentazione del Nabucco, Va’ Pensiero, Arena di Verona

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