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Tutto ebbe inizio durante la sera del 30 marzo 1282, un Lunedì dell’Angelo qualunque, quando presso la chiesa del Santo Spirito di Palermo stavano venendo celebrati i vespri. Improvvisamente un urlo squarciò il silenzio religioso; qualcuno era stato ucciso. Pochi secondi prima, infatti, un altezzoso soldato appartenente all’esercito francese, di nome Drouet, si era rivolto in maniera irriguardosa nei confronti di una giovane nobildonna, mettendole le mani addosso con il pretesto di doverla perquisire. La sguardo intimorito e inorridito della fanciulla non era, però, passato inosservato al consorte, che insieme alla famiglia aveva deciso di accompagnarla in chiesa, il quale, in seguito ad essere riuscito con un abile movimento a sottrarre la spada al soldato francese, lo uccise. Proprio questo gesto, che ha avuto come teatro il sagrato della chiesa del Santo Spirito, costituì la scintilla che diede inizio ad una terribile rivolta

La chiesa del Santo Spirito di Palermo

Nel corso della serata e della notte successiva migliaia di palermitani inferociti condussero una vera e propria “caccia” ai francesi, governatori dell’isola in quel periodo storico, che si espanse presto in tutta la regione, trasformandosi in una carneficina. Al grido “Mora, mora!” la maggior parte dei francesi fu sterminata, mentre i pochi che sopravvissero al massacro riuscirono a mettersi in salvo sulle loro navi, attraccate lungo la costa. Così, all’alba dell’indomani, la città di Palermo si proclamò indipendente, successivamente attuarono lo stesso provvedimento anche le città di Corleone, Taormina, Siracusa, Augusta, Catania, Caltagirone, Messina e, via via, tutta la Sicilia. 

Si racconta che i siciliani, al fine di riconoscere i francesi che si camuffavano fra i popolani, facessero ricorso ad uno shibboleth, ovvero una parola o espressione che, a causa della sua complessità fonologica, è molto difficile da pronunciare per chi parla un’altra lingua o un altro dialetto. Questi mostravano ai nemici dei ceci, “cìciri” in dialetto siciliano, e chiedevano loro di pronunciarne il nome; coloro che venivano traditi dalla propria pronuncia francese, pronunciando la parola “sciscirì”, venivano immediatamente uccisi. 

Con il proseguire della rivolta, gli insorti chiesero il sostegno di papa Martino IV, affinché appoggiasse l’indipendenza dell’isola e la patrocinasse, ma il pontefice rifiutò poiché era stato eletto proprio grazie all’appoggio dei francesi, e si schierò dalla parte di quest’ultimi. 

Così Carlo I d’Angiò, che deteneva il titolo di re di Sicilia, dopo aver invano tentato di sedare la rivolta per mezzo di diverse riforme, decise di intervenire militarmente. A luglio, egli sbarcò in Sicilia al comando di una flotta con 24.000 cavalieri e 90.000 fanti e cinse d’assedio Messina, strenuamente difesa da Alaimo da Lentini, un importante nobile.

 Il 31 agosto 1302 venne firmata la pace di Caltabellotta, la rivolta, che prese il nome di Vespri Siciliani, era finalmente conclusa. 

“Antudo” e la bandiera siciliana 

Un famoso simbolo attribuito ai Vespri siciliani fu il termine “Antudo”, ovvero una sorta di parola d’ordine utilizzata dagli esponenti della rivolta. Quest’ultima rappresenta l’acronimo per le parole latine “animus tuus dominus”, cioè “il coraggio (è) il tuo signore”

La parola “Antudo” si può anche ritrovare nel vessillo di Sicilia, istituito durante i Vespri, in particolare il 3 aprile 1282, in seguito ad un atto di confederazione stipulato fra 29 rappresentati delle città di Palermo e Corleone. La celebre bandiera siciliana con al centro la Triscele, ossia un antico simbolo formato da tre gambe unite in un punto centrale, rappresentato da una testa, presenta, infatti, il colore giallo in rappresentanza di Corleone, e il rosso di Palermo

La bandiera siciliana

I Vespri Siciliani nell’arte

La ribellione siciliana contro il potere angioino è stata oggetto di un richiamo simbolico nel corso delle successive epoche, soprattutto durante il Risorgimento. 

Nell’Ottocento, quando gli italiani aspiravano ad unificare il Paese e a scacciare i dominatori stranieri, questo evento venne interpretato come uno fra i momenti più alti della storia siciliana e italiana, durante il quale il popolo ha preso realmente coscienza di sé, ribellandosi al tirannico straniero. Al mito dei Vespri contribuisce in particolar modo l’arte romantica: nel 1846 il pittore Francesco Hayez ha dedicato all’episodio il famoso dipinto “I Vespri Siciliani”, oggi conservato presso la Galleria d’Arte Moderna di Roma, mentre Giuseppe Verdi ha composto un melodramma omonimo, rappresentato per la prima volta a Parigi nel 1855.

Il dipinto ”I Vespri Siciliani” di Francesco Hayez

La leggenda della Dama Bianca 

Si narra che l’8 agosto 1282, durante l’ennesima incursione dei francesi presso Messina, apparve ai soldati siciliani una donna completamente bianca, che grazie al suo manto candido era in grado di proteggere le mura della città. La fanciulla, infatti, impedì l’assedio, poiché pare che le frecce dei nemici tornassero indietro dopo aver toccato il suo manto.

Il Santuario della Madonna delle Vittorie

Durante la notte dell’11 giugno 1286 a un frate, chiamato Nicola, apparve in sogno la cosiddetta Dama Bianca. La donna gli domandò di farsi suo portavoce al senato di Messina per costruire un santuario a lei dedicato nel punto in cui l’indomani a mezzogiorno avrebbe inviato una colomba, per indicare il luogo prescelto. Si racconta che il giorno seguente sul Colle della Caperrina, proprio dove avvenne la sanguinosa rivolta dei Vespri Siciliani, volò una candida colomba. Così nel 1294, alla presenza del regno della regina Costanza, si inaugurò il Santuario della Madonna delle Vittorie, noto anche come Santuario di Montalto, dedicato alla Dama Bianca. 

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