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Il virus del vaiolo, appartenente alla famiglia Orthopoxviridae, è stato ritenuto estirpato in Italia nel 1980, anno in cui terminò la vaccinazione su larga scala. Nelle ultime settimane però sembra aver fatto la sua ricomparsa con la cosiddetta “variante delle scimmie”, scatenando uno stato di inquietudine dopo ben quarant’anni che si presumeva debellato. Ma cosa si intende quando si parla di vaiolo? Quali sono le cause determinanti il suo ritorno e quale errore abbiamo commesso dopo tutto questo tempo per provocarlo?  

Il vaiolo oggi 

La ricomparsa del virus è stata annunciata poco più di due settimane fa e ha lanciato un allarme generale scatenando il panico all’interno della società. Tutto sembra essere partito dall’est Europa e Africa, dove lo stretto contatto tra uomo e animali portatori di questo virus, quali piccoli roditori e primati, ne ha causato il ricircolo. La diffusione planetaria è stata poi indubbiamente causata anche dagli spostamenti internazionali e intercontinentali che i singoli individui hanno compiuto per motivi personali.

 Nel giro di dieci giorni a partire dal quindici maggio, i primi quattro casi individuati in Italia sono ritenuti essere stati uno nel Lazio presso l’istituto Spallanzani, uno in Toscana nell’ospedale San Donato di Arezzo e uno in Lombardia. Ciascuno è costantemente monitorato e controllato dall’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma e dall’Ospedale Luigi Sacco di Milano. La situazione in Italia è totalmente sotto controllo al contrario di ciò che molti pensano, dunque, come tutti i maggiori esponenti in ambito medico continuano a sottolineare, è inutile e sbagliato creare allarmismo. 

La variante attualmente in circolo è il vaiolo delle scimmie o “monkeypox” in inglese, ed esiste già una terapia vaccinale efficace contro questa variante all’ 85% interrotta nel 1980, ma che non si esisterà a riprendere se necessario in qualsiasi momento. Perciò, come ormai si è già compreso anche grazie alla pandemia, l’unica cosa fondamentale per ora è rispettare le norme igieniche e mantenere un certo distanziamento. 

Sintomi e trasmissione

Apparentemente il vaiolo non è trasmissibile per contatto fisico se l’epidermide è integra, al contrario però penetra facilmente le ferite e dunque può avvenire tramite contatto tra fluidi corporei quali appunto il sangue o saliva, e di conseguenza anche per via aerea. Per quest’ultima bisogna specificare che è solo tramite plug (particelle di saliva) emesso con tosse o starnuti da parte dell’infettato estremamente ravvicinati. Riguardo alla trasmissione per via sessuale non si sa se attribuirla allo scambio di saliva o di altre secrezioni, resta comunque di fatto che il contatto ravvicinato sia da evitare anche solo per la possibilità di trasmissione via aerea. 

In caso si venga infettati, i probabili sintomi saranno inizialmente molto simili a quelli di una comune influenza, riconducibile a banale stanchezza. Tra questi si potrebbe notare un drastico innalzamento della temperatura superiore ai 39º, stanchezza e mal di schiena, ingrossamento dei linfonodi; quest’ultimo in particolare è caratteristico di questa variante rispetto al classico vaiolo umano e bovino. 

Questa è la prima fase della malattia, dopo quindi dalle 24 alle 48 ore di apparente influenza, si potranno cominciare a notare lesioni in bocca, sul viso ed in particolare sulle estremità corporee come polsi, caviglie, palmi e piante. Successivamente queste lesioni si evolveranno fino a diventare vesciche e pustole portando l’infettato ad andare in contro ad una vera e propria eruzione cutanea che può facilmente espandersi in tutto il corpo. 

Nonostante le lesioni e le cicatrici che quest’ultime comportino siano nella maggior parte dei casi la  conseguenza peggiore dopo la guarigione, il vaiolo delle scimmie può essere anche mortale. Il tasso d’un mortalità però si riconduce ad una percentuale tra l’1% e il 3%, raggiungendo il 10% solo in aree con condizioni igieniche particolarmente gravi, perciò non c’è da preoccuparsi. Il processo di guarigione per la maggior parte dei casi dura due alle quattro settimane e normalmente non porta con se danni gravi o irreversibili. 

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