L’imperativo della prestazione

Siamo immersi in una società frenetica, che non si pone limiti e che ha apparentemente sempre tutto sotto controllo. L’imperativo di prestazione domina le nostre giornate e, laddove non venga rispettato, ne risente la nostra autostima.

Byung-Chul-Han
Byung-Chul-Han
Tempo di lettura articolo: 5 minuti

Il secolo scorso è stato definito da molti studiosi dell’ambito, tra i quali il filosofo Byung-Chul Han, “immunologico”. Tale termine va interpretato come metafora di funzionamento. Infatti, tutto ciò che si presentava come alieno veniva considerato un pericolo e veniva attaccato, come fa il nostro sistema immunitario con i corpi estranei. 

Al contrario, la nostra epoca è “neurologica” . E ciò che era estraneo in passato, ora è diventato “esotico” quindi, qualcosa che è alla portata del turista e che rientra in ogni caso nelle logiche del consumo. La reazione immunitaria contro l’estraneo, in senso enfatico, era caratteristica del secolo scorso e intrinsecamente negativa, reattiva, un tentativo di espellere il diverso o quantomeno forzarlo a adeguarsi. Invece, oggi il tema centrale è l’eccesso di positività intesa come sovrapproduzione, eccesso di prestazione o di comunicazione.

Il diverso

La società dell’obbedienza 

Per illustrare questa dialettica tra positività e negatività, Foucault parlava di “società dell’obbedienza”, nella quale ciascuno era obbligato a seguire delle regole rigide e ove qualsiasi elemento estraneo al sistema suscitava una risposta “immunitaria”. Quel tipo di società ha caratterizzato tutto il Novecento e oggi si è trasformata in una “società della prestazione”, in cui l’inconscio sociale è animato dall’ideale di massimizzazione della produzione e delle performance. 

Un obbligo morale

L’imperativo della prestazione è divenuto il Leitmotiv del mondo odierno, ma conduce a un paradosso: il soggetto di prestazione, libero e emancipato finisce per autosfruttarsi al fine di sottostare all’obbligo di performare sempre meglio. Si tratta di una violenza che ci autoinfliggiamo ed è diversa da quella immunologica, perché è originata dal sistema stesso e non da una negatività proveniente dall’esterno. Inoltre, è una violenza saturativa e non limitativa. Infatti, finiamo per “chiedere troppo a noi stessi” e ciò porta a un risultato poco soddisfacente sia nell’ambito della salute psico-fisica sia in un’ottica di produzione.   

L’ideale del “multitasking”

Siamo cresciuti, nostro malgrado, con l’ideale di ammirare la persona “multitasking”, come se fosse una caratteristica e una capacità invidiabile, a chi la dispone. Tuttavia, non è una qualità, a differenza di come ci è sempre stato presentato, ma segna il regresso della società perché richiede un’attenzione diffusa ma superficiale. Infatti, l’eccesso di stimoli e impulsi genera un’iperattenzione dispersiva e una minima tolleranza nei confronti della noia. 

Lo Yoga e il suo messaggio nascosto 

Il successo dello yoga e di tutte le pratiche meditative nasconde un messaggio, ossia esprimono l’esigenza di rallentare e allentare la presa. Sono il tentativo disperato di voler tornare al più presto a ritmi umani e sostenibili. Nella società odierna, chi ha tempo per fermarsi a riflettere, anziché correre da un impegno all’altro? Quante volte abbiamo detto a un amico, familiare, sconosciuto o a noi stessi “Non ho tempo” ? Questo ci dovrebbe spingere a comprendere che non siamo macchine, ma esseri umani che dispongono di una soglia di sopportazione, oltre la quale se si eccede si impazzisce. 

Troppa positività fa male

All’eccesso di positività unito al processo di de-narrativizzazione del mondo, cioè il tramonto delle grandi narrazioni, che conferivano un senso di durevolezza alle nostre vite e a superare il timore della morte (non solo le religioni, ma qualsiasi orizzonte di senso che va al di là della nuda vita e che oggi è ridotto a una funzionalità priva di scopo) la nostra società ha reagito, a questo vuoto, con un’iperattività sterile, che cerca di colmare il presente svuotato. La società della prestazione e la sua positività strabordante causano un’iperlogoramento dell’io, che non sostiene tale mole di lavoro e trova una via di fuga, nella maggior parte dei casi, nelle pratiche meditative. 

Non significa che siamo tutti sottomessi dalla nostra professione, impegni e obblighi lavorativi o che siamo individui sterili e privi di ideali da perseguire. Tuttavia, il contesto socio-culturale non determinerà il nostro destino, ma gioca pur sempre un ruolo importante in ciò che accade e ci capita. Pertanto la società in cui viviamo costituisce una struttura per le nostre esperienze e esercita un influsso sulle nostre scelte. 

La frattura tra l’Io reale e l’io ideale

Questa oggettiva impossibilità di soddisfare i ritmi di una società frenetica genera sentimenti di insufficienza, mediocrità e paura di fallimento nell’individuo. La frattura che si genera tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ciò spiega come la depressione sia divenuta un tratto distintivo della nostra società. Chiaramente è riduttivo imputare alla società la colpa dei soggetti depressi. Si tratta di un fenomeno molto più complesso e che noi, per comodità, ci limitiamo a chiamarlo “depressione”. 

Infatti, sarebbe altrettanto superficiale pensare che tutte le manifestazioni della depressione siano lo specchio di tali argomenti.  Tuttavia, studi conseguiti da grandi sociologi spiegano come la società della prestazione generi e incentivi certi tipi di sofferenza mentale. Allo stesso livello, pongono la società Vittoriana dell’Ottocento, che ha creato le note isteriche di cui tanto ha scritto Freud.

Tuttavia, l’importanza della dimensione sociale e dell’influenza che questa ha sulla realizzazione dell’individuo, costituiscono il file rouge anche del pensiero di Erich Fromm. La nevrosi può essere affrontata solo se prestiamo attenzione alle radici sociali dell’uomo, senza considerarlo una monade (=entità unitaria) isolata dall’universo sociale. Quindi, il malessere sperimentato dall’uomo è per Fromm e per Byung-Chul Han il frutto del contesto sociale in cui vive. 

La società della stanchezza 

Byung-Chul Han è un filosofo contemporaneo nato a Seul. Attualmente è docente di Filosofia e Studi Culturali alla Universität der Künste di Berlino. Noto per i suoi studi approfonditi circa dinamiche sociali. Scrive brevi saggi, tra i quali ricordiamo “La società della trasparenza”,  in cui indaga il ruolo che hanno i social media nella nostra quotidiana e nel rapporto con la realtà, che diviene sempre più fittizio, ma anche “La società della stanchezza” un libro a cavallo tra filosofia e sociologia, che è il centro della nostra speculazione.

Fondamentalmente, in questo saggio risiede un auspicio per il futuro: quello di creare una società contrapposta all’attuale società dell’azione e incline solo alla prestazione massima in ogni campo.  La stanchezza, di cui parla Byung-Chul Han, non è causata da un esaurimento che ci rende incapaci di qualcosa, ma ci ispira del “non fare” che nella sua apparente negatività pone le basi per un agire libero e consapevole

Al proposito non posso fare a meno di notare la contraddizione di parlare di tutto questo in un articolo, producendo l’ennesimo stimolo con cui bombardare il prossimo. Mi sono chiesta se di per sé avesse senso, perché questo mio contenuto rientra perfettamente nelle logiche di una società della prestazione che vorrebbe mettere a nudo e criticare. Ma soprattutto, se ci sarà qualcuno che lo leggerà per riempire quel vuoto che ci accompagna al terrore dell’immanenza. 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here