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Paradosso del mondo della moda sta nel “fast fashion”, produrre quantità enormi di vestiti che prima vengono spediti in tutto il mondo poi però tornano nei paesi di produzione come rifiuti, creando vere e proprie montagne di scarti. Questo termine è nato verso la fine del ‘900 a New York con l’apertura di brand a basso costo, portando con sé però moltissime lacune: persone, ambiente, lavoratori e non solo, ecco cosa si cela dietro tutto questo.

Lavoratori fabbriche tessili India (da Hehabitat.it)

Nelle discariche di capi adulti, ma persino bambini, vengono a recuperare vestiti per poi rivenderli e guadagnare un po’ di soldi per comprarsi da mangiare. Infatti una maglietta che a noi può costare 4 euro per loro può rappresentare un intero pasto. Un lavoratore del luogo racconta: «nel ‘99 con l’arrivo degli Americani tutto è cambiato; interi campi sono diventati terreni per la coltivazione del cotone, e per la sua produzione siamo stati costretti a utilizzare semi artificiali che hanno bisogno di molti pesticidi e questo ha provocato l’inquinamento delle falde acquifere». Questo non causa effetti negativi solo nell’ambiente, ma anche nelle persone che ci abitano, molte sono infatti le malattie, e i suicidi dei contadini a causa dei debiti contratti.

Orsola de Castro, fashion revolution, afferma che per il bisogno di guadagnare, molti brand utilizzano il fast fashion sfruttando le persone e l’ambiente, per cosa? Per capi a basso costo che possono anche essere dannosi alla nostra pelle e all’ambiente che ci circonda. Questo fenomeno è iniziato negli anni ’70, con la globalizzazione, infatti per molti produttori è stato un vantaggio produrre in luoghi dove non c’erano regole, ma non solo, manodopera a basso costo e legislazioni inesistenti per l’ambiente.

fiume invaso da sostanze chimiche India (da digitally.it)

In India è presente un quarto della materia per produrre i vestiti e la maggior parte delle richieste dei brand va proprio a questo paese. Milioni sono le industrie di cotone sparse per le varie città che incidono molto sull’ambiente, infatti scaricando nei canali adiacenti le acque diventano di un colore indefinibile, nero pieno di oli e sostanze chimiche. Ma impressionanti sono le condizioni di questi lavoratori. Attraverso vari macchinari utilizzano materiali come cotone e poliestere, derivato del petrolio che rilascia microfibre, difficilmente smaltibili. I lavoratori pur toccando sostanze chimiche di ogni genere, non usano protezioni né guanti né mascherine, anzi le dosano con dei misurini come se fosse acqua. 

Zero tutela verso i lavoratori e inquinamento, ma i brand sono a conoscenza di tutto questo? Certo che sì, la responsabilità infatti rimane nelle loro mani e tutti i brand utilizzano questo fenomeno nei paesi come India e Bangladesh perché sono posti in cui ci sono le migliori condizioni di mercato per aumentare la marginalità. Uno dei processi che inquina di più è la colorazione dei tessuti, vengono utilizzati dai 600 ai 700 litri di acqua e inoltre le industrie senza regole rilasciano il materiale in eccesso, pieno di sostanze chimiche, nei fiumi e nelle comunità. Infatti alcuni dei fiumi più belli del mondo sono invasi dall’inquinamento e riconosciuti ideologicamente morti.

operaie che lavorano in un’azienda tessile (da Vouge.it)

Sia quelli che lavorano nelle fabbriche che quelli che producono i nostri vestiti sono soggetti a turni esorbitanti, dalle 10 alle 12 ore, sette giorni su sette, con una pausa di soli 40 minuti. Centinaia di operai e operaie senza sosta producono migliaia di capi al giorno. Il capo di un edificio afferma: “Sono loro che giudicano loro stessi mentre lavorano- infatti in base a come lavorano devono cambiare il cartellino della loro postazione in verde, giallo o rosso. I lavoratori non sono efficienti, se c’è qualcosa di scritto sono più attenti. Questo lavoro è duro 10 ore su una sedia, se fanno di testa loro o lavorano male li mandiamo via. Loro fanno il loro lavoro e sono contenti.” Dopo questo processo gli operai immagazzinano i capi e li inviano in tutto il mondo.

Il problema è poi lo smaltimento. Matteo Ward, attivista e imprenditore, afferma che gli scarti in europea sono di circa 11 chili a persona. Questi finiscono nelle discariche e non solo, anche in altri luoghi: come nel deserto di Atacama in Cile o nelle periferie. Qui i vestiti rimangono nel tempo perché difficilmente smaltibili, come la plastica. Il problema di questa generazione è che segue la moda legata a internet e ai social, una moda che va e viene. Appena un influencer indossa un capo tutti lo vogliono e subito, ma appena non se ne sente più parlare se ne liberano. 

bambina che raccoglie scarti, tra cui vestiti, (da greenme.it)

Un piccolo spiraglio di luce però c’è, infatti una città in India cerca di riciclare questi vestiti, inviandoli alle centrali chimiche che li usano poi per pulire macchinari, viti o bulloni. I lavoratori dichiarano che ci sono navi che arrivano addirittura da Napoli con quintali di vestiti scartati che poi riutilizzano. Però dopo aver provato a riciclarli, cumuli e cumuli di scarti si creano ancora, e con il tempo rilasciano le sostanze chimiche con cui sono fatti. Alcuni nomadi vivono vicino a queste discariche e ci sono anche bambini che giocano a piedi scalzi inconsapevoli di ciò che c’è sotto di loro. I brand sono venuti qui per sfruttare i lavoratori e i luoghi in cui abitano, lontano dalle regole dell’Occidente, mandando però anche indietro ciò che producono; rovinando il futuro di piccoli bambini inconsapevoli, di uomini e donne, che valgono molto di più di questo.

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Mi chiamo Agata Menegazzi, ho 15 anni e frequento il liceo classico all’istituto “Alle Stimate”. Ho scelto il liceo classico perché mi hanno sempre affascinata le materie umanistiche e per la grande curiosità che provavo verso il latino e il greco, penso che studiando queste materie si possano aprire molte strade per il futuro. Sono una ragazza solare, determinata e un po’ timida. La mia più grande passione è la danza, lo sport che pratico da quando avevo 4 anni e tutt’ora frequento 2 volte a settimana. Penso che la danza sia un momento di tranquillità e creatività nel quale posso distaccarmi da tutto. Nel tempo libero cerco di coltivare la mia passione per la lettura e ascolto molta musica, passo molto tempo con la mia famiglia e i miei amici. Non sono ancora sicura del mio futuro ma spero di trovare la mia strada e di viaggiare molto.

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