Johanna Bonger, la donna che si cela dietro alla fama di Van Gogh

In vista della Festa della Donna, celebrata l’8 marzo, ricordiamo la figura femminile, grazie alla cui incessante opera, è stato donato al mondo un immenso patrimonio culturale.

La donna che si cela dietro alla fama di Van Gogh: Johanna Bonger (immagine tratta da Portraitss).
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Se si parla di Vincent Van Gogh tutti sanno chi è: un genio dell’arte, uno degli artisti oggi più apprezzati al mondo. Se, invece, si nomina Johanna Bonger, quanti la conoscono? La risposta è ovvia: pochi.

Johanna Bonger (immagine presa da Wikipedia)

Eppure, proprio lei, la cosiddetta vedova Van Gogh, è l’artefice del grande successo del genio olandese.

La vita e la promozione delle opere di Van Gogh

Nata in Olanda da una famiglia di ricchi commercianti, fu l’unica tra le sorelle a laurearsi e a lavorare, prima diventando insegnante di inglese in una scuola per sole ragazze, poi facendo la bibliotecaria a Londra nel British Museum.

La giovane donna incontrò Theo Van Gogh, fratello dell’artista, nel 1888. L’uomo dichiarò il suo amore per Johanna, chiedendole di sposarla, ma lei, donna indipendente e lontana dai canoni dell’epoca, fece passare oltre un anno prima di accettare la proposta di matrimonio.

L’unione fra i due fu osteggiata da Vincent, che vedeva nella donna un elemento di ostacolo nel suo rapporto con il fratello.

Le nozze durarono solo due anni in quanto la salute di Theo, già compromessa da una malattia, peggiorò terribilmente con il suicidio del fratello. portandolo alla morte e lasciando Jo vedova e con un figlio di nemmeno un anno.

La donna, dopo la morte dei due uomini, ereditò un appartamento a Parigi nel quale erano presenti circa 200 opere di Vincent Van Gogh.

Tornata in Olanda, portando con sé tutte le tele del pittore, sebbene tanti le consigliassero di buttare quegli oggetti senza valore, aprì una pensione a 25 km da Amsterdam. Lì allestì una specie di mostra permanente e cominciò a promuovere i dipinti per far conoscere al mondo l’arte di quell’artista tanto tormentato.

Provate a chiudere gli occhi ed immaginare una casa colma di quei meravigliosi quadri, oggi universalmente apprezzati.

Sopra la mensola del camino trovava posto “I mangiatori di patate”, sopra la porta era stato appeso “Strada di Clichy”, accanto al camino “Il vaso di fiori”, ai lati della credenza gli autoritratti di Guillaumin e di Bernard, sopra la credenza “La mietitura”, dipinto preferito di Jo.

“La mietitura” (immagine tratta da Copia-di-arte.com)

Ogni volta che lo guardava, infatti, le suscitava una forte emozione; il colore giallo acceso, che domina il dipinto, le ricordava l’energia vitale di Vincent che in una lettera al fratello si era espresso sull’argomento usando le seguenti parole:

Vincent Van Gogh

“Che cosa strana è il tocco, il colpo di pennello. All’aria aperta, esposti al vento e al sole, alla curiosità della gente, si lavora come si può, si riempie il quadro alla disperata. Ed è proprio facendo così che si coglie il vero e l’essenziale”.

Grazie all’attività che la donna svolse in quegli anni per far conoscere le opere di Van Gogh, l’artista cominciò ad essere apprezzato dal pubblico.

Fu un percorso non privo di ostacoli, amplificati dal fatto che Johanna era una donna, che, ad inizio ‘900, si occupava di questioni riservate al mondo maschile.

Nel 1892 venne criticata dal pittore olandese Richard Roland Holst, che definì il suo entusiasmo un’emozione infantile da persona incompetente e poco esperta d’arte.

Johanna proseguì il suo percorso, affrontando e superando numerose difficoltà. Nonostante le richieste che ricevette, la donna si rifiutò sempre di vendere i quadri preferendo, invece, esporli in mostre con l’obiettivo di accrescerne il valore.

Nel 1905 organizzò e finanziò un’esposizione di oltre 400 opere del cognato, che contribuì in maniera determinante all’ascesa del pittore.

Fu poi grazie alla pubblicazione nel 1914 dell’epistolario tra Vincent e Theo, che comprendeva oltre 900 lettere, che il pubblico riuscì a comprendere appieno quell’artista tormentato e il senso delle sue opere.

Quelle epistole furono per lei stessa una fonte di conforto dopo la perdita del marito:

“Le lettere hanno preso un grande posto nella mia vita dall’inizio della malattia di Theo. Dopo la sua morte, la prima sera che trascorsi nella nostra casa andai a prenderle. Capii che attraverso di esse lo avrei ritrovato. Ogni sera questo era il mio conforto dopo una giornata vuota. Non era Vincent che io vedevo, ma Theo. Assorbii ogni parola, ogni particolare. Non solo lo lessi col cuore, ma con tutta l’anima. Ed è sempre stato così; le ho lette, rilette finché non ho visto chiaramente la figura di Vincent. Immagini per un attimo quel che provai ripercorrendo la grandezza e la nobiltà di quella solitaria vita d’artista. Immagini il mio dolore di fronte all’indifferenza del pubblico per la sua opera. (…) Vorrei farvi capire l’influenza che Vincent ha esercitato sulla mia vita. Furono Theo e Vincent ad aiutarmi e indirizzare la mia esistenza in modo da poter essere in pace e serena con me stessa”, con queste parole descriveva il suo stato d’animo ad un amico.

Alla sua morte, avvenuta ad Amsterdam nel 1925, lasciò la sua eredità al figlio Vincent Willem, che con altrettanta tenacia proseguì la missione che la madre aveva cominciato, fondando nel 1973 il Van Gogh Museum, dove ancora oggi possiamo ammirare le incredibili opere di questo geniale artista.

Se tutto ciò è possibile lo dobbiamo alla determinazione di questa grande donna che, appena diciassettenne, così scriveva nel suo diario: “Sarebbe tremendo dire alla fine della mia vita: «Ho vissuto invano, non ho raggiunto niente di grande e di nobile»”.

Dopo anni trascorsi impegnandosi per far ottenere al cognato la giusta fama, poco prima di morire, in una lettera al critico francese Coquiot fa un resoconto della sua esistenza, vissuta rimanendo sempre fedele al giuramento” fatto da quella ragazzina diciassettenne: “È bello alla fine della mia vita, dopo tanti anni di indifferenza e persino di ostilità da parte del pubblico nei confronti di Vincent e del suo lavoro, sentire che la battaglia è stata vinta”.

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