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Quindici volontari francesi, otto uomini e sette donne, hanno trascorso ben quaranta giorni nelle profondità della grotta di Lombrives, nel sud-ovest della Francia, sui Pirenei, senza telefoni, orologi o qualsiasi altra fonte di collegamento con l’esterno.

Nemmeno la luce e l’acqua erano presenti. La prima, infatti, dovevano prodursela da soli tramite una bicicletta a pedali; la seconda, da usare per bere e lavarsi, invece, dovevano recuperarla in un pozzo situato a 44 metri sottoterra ed inoltre per dormire avevano a disposizione solo delle tende.

Grotta di Lombrives (fonte Easyviaggio)

Anche la temperatura non era delle migliori: ogni giorno di aggirava infatti intorno ai 10°C e con un livello di umidità altissimo, pari al 95%

Questo progetto, chiamato per l’appunto “Deep Time” e costato ben 1,2 milioni di dollari, è stato ideato dagli studiosi francesi dello Human Adaption Institute per indagare i particolari effetti della totale perdita della cognizione del tempo sul cervello e sul fisico umano.

Il gruppo di persone, di età compresa fra i 27 e i 50 anni, molto presto ha, come era stato previsto, perso la cognizione del tempo dovendo quindi seguire il ritmo del proprio organismo per decidere quando dormire, mangiare o svolgere altre attività quotidiane.

Un ragazzo ha addirittura raccontato ai giornalisti che pensava fossero trascorsi appena 23 giorni al momento dell’uscita dalla grotta e quasi tutti hanno concordato che nella grotta il tempo sembrava trascorrere più lentamente. 

I partecipanti, prima di iniziare l’esperimento, hanno dovuto superare delle prove fisiche e psicologiche per verificare la loro idoneità a questo tipo di esperienza. Le loro attività cerebrali e le loro funzioni cognitive sono state analizzate prima che entrassero nella grotta, per poterle in seguito confrontare con i risultati dopo l’uscita, tramite dei sensori che avevano fatto indossare a tutti. Sono stati inoltre preparati alla vita che avrebbero dovuto affrontare nella caverna, proprio perché solo pochi di loro avevano già dimestichezza con corde, imbraghi e moschettoni, e tutti hanno dovuto imparare ad usarli per muoversi in totale sicurezza.

L’ideatore di questo esperimento unico nel suo genere è l’esploratore franco-svizzero Christian Clot, che ha fondato l’Istituto per l’adattamento umano nel 2013 e che ha partecipato lui stesso al progetto. Clot afferma di essere stato ispirato a sponsorizzare questo progetto osservando l’impatto del COVID-19 sugli esseri umani, in particolare sull’isolamento nella vita delle persone. Ha sempre avuto un interesse nello studio di come ambienti estremi possano influenzare la percezione e il funzionamento umano e ha persino trascorso del tempo vivendo in zone con alcuni dei climi più rigidi della terra, dove è stato esposto a temperature e condizioni meteorologiche estreme. 

I partecipanti del progetto all’uscita dalla grotta (Renata Brito/ AP Photo)

Proprio sabato 24 aprile si è concluso questo esperimento, che ha riportato in superficie il gruppo di esploratori abbastanza pallidi, storditi e affaticati e con degli occhialini speciali con lenti scure per il riadattamento alla luce solare. 

Quasi due terzi del gruppo si sono addirittura mostrati scontenti del dover tornare alla loro monotona vita di prima. Ne è un esempio la trentatreenne Marina Lançon, che ha detto: «È stato come mettere in pausa la mia vita, sarei rimasta volentieri qualche giorno un più lontana dagli smartphone e dalla quotidianità e il problema principale del fuori è un ritorno troppo brutale alla vita di tutti i giorni, fatta di connessioni, frenesia e continue scadenze». Un altro continua: «Senza impegni quotidiani e senza figli intorno, la sfida era trarre profitto dal momento presente senza mai pensare a cosa accadrà nella prossima ora o due ore». 

Christian Clot ha invece concluso così: «Il nostro futuro, come esseri umani, si evolverà. Dobbiamo solo imparare a capire meglio come il nostro cervello è in grado di trovare nuove soluzioni, in qualunque situazione».

Fonte dell’immagine in evidenza: Deep Time

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