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L’esistenza di ogni essere umano è costituita di alti e bassi, ma anche di scelte che ricadono su noi stessi e su chi ci circonda. Una tra queste si rifà al concetto di: leggerezza o pesantezza. Cosa è lecito scegliere? Meglio la leggerezza o la pesantezza? Milan Kundera spiega, all’interno del suo libro dal titolo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, questo dramma che perpetua nel nostro animo, scindendolo in due opposti. L’incolmabile desiderio di possedere sia l’uno sia l’altro, per sentirci invincibili e perfetti. Di questo è fatta la vita.

Introduzione all’autore

Milan Kundera, autore nato il 1 aprile del 1929 nella Repubblica Ceca, scrisse “L’insostenibile leggerezza dell’essere” nel 1984. Si tratta di un romanzo filosofico, che vede al suo interno elementi fortemente esistenzialisti. L’autore gioca su una tensione irrisolvibile, tra leggerezza e pesantezza. Una lettura matura della quale è necessario cogliere anche il lato storico e politico della questione. L’esigenza di dover “etichettare” o bianca o nera una cosa, fa parte della società di oggi e dei tempi antichi.  

Milan Kundera, autore de “l’insostenibile leggerezza dell’essere”

Tuttavia, Kundera per spiegare la dicotomia tra leggerezza e pesantezza ricorre al mito dell’eterno ritorno di Nietzsche. Tale mito afferma: «È per negazione che la vita che scompare una volta per sempre e che risulta simile ad un’ombra. Oscura e priva di senso. Morta già in precedenza. Non importa che essa sia stata terribile o splendida, poiché quel terrore o quello non significano nulla». 

In queste parole troviamo il dramma dell’esistenza e che ognuno di noi vive. Si nasce, si vive ed a un certo punto si muore. Che senso ha tutto questo tempo? Quando tutto è destinato a finire e sembra essere così leggero. Si è portati a credere che questa leggerezza e il fatto che le cose non si ripetano, sia un dramma. Che cosa penseremmo di qualcosa che si ripeterebbe in continuazione? E che quindi il luogo della leggerezza, presentasse il carattere della pesantezza?

Citazione

«Se la rivoluzione francese dovesse ripetersi all’infinito, la storiografia francese sarebbe meno orgogliosa di Robespierre. Dal momento che si parla di qualcosa che non ritorna, gli anni di sangue si sono trasformati in semplici parole, in teorie, discussioni, sono diventati sempre più leggeri delle piume e non incutono timore. C’è differenza tra un Robespierre che si è presentato una volta sola e un Robespierre che torna esternamente per tagliare la testa ai francesi». 

Cosa dobbiamo scegliere? La pesantezza o la leggerezza?

Non c’è una risposta in tutto questo. Kundera afferma che Parmenide scelse la leggerezza, poiché ponendo quell’antinomia inscindibile tra l’essere e il non essere. (L’essere è, e non può non essere. Il non essere non è, e non può essere. E ciò che non può essere generato e non può perire). 

L’insostenibile leggerezza dell’essere nell’edizione Adelphi

Parmenide, alla fine, scelse l’essere. Infatti, l’essere è leggerezza. Un qualcosa che evidentemente trascende la Terra e lieve come una piuma. Ci possiamo chiedere se sia giusto o meno, ma non c’è una risposta. L’unica certezza è che: ogni volta che qualcosa appare leggero, improvvisamente si tramuta nel suo contrario (=pesantezza) e ciò che noi desideriamo diventa nuovamente il ritorno alla leggerezza. 

Il dramma dell’esistenza è la perpetua contrapposizione tra due poli opposti che si trasformano e che non ci soddisfano a pieno nelle loro diverse caratteristiche. Chi di noi non vorrebbe che la nostra vita fosse pesante (=infinita)? E che le cose avessero un senso? Ma il senso in tutto questo sta nel loro non ripetersi nel tempo e il non mantenersi stabili. 

Siamo esseri per la morte e questo ci pervade molto più di quanto pensiamo. Siamo esseri finiti per natura e che hanno un percorso ben preciso da portare a compimento. Una meta di un tortuoso percorso, che dobbiamo volerla, cercarla e raggiungerla. Quanto sarebbe terribile, per noi, la pesantezza di una vita eterna? Ci rinunciarono anche i grandi eroi dell’epica classica ad una simile vita. Gli dèi impararono ad invidiare gli uomini per la loro finitezza. Tuttavia, desideriamo imperterriti un proseguo di questa esistenza.

Ricerchiamo il senso nella pesantezza, ma ogni volta che essa ci si palesa davanti, desideriamo l’evasione, la leggerezza (suo contrario). Insomma, due elementi che caratterizzano la nostra esistenza in ogni ambito. Una vita fatta dello scambio tra opposti, per i quali non vige una verità assoluta, se non che ognuno di questi elementi di volta in volta lascia posto all’altro. 

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